Un giovane Dario Fo alla Mostra del Cinema di Venezia 1985. Foto di Gorupdebesanez.

Polemiche sul Nobel per la letteratura a Bob Dylan

Un cantautore letterato?
di Francesco Curci

Quando parliamo di letteratura, parliamo di qualcosa di molto preciso. Non a caso esistono fior di manuali che ne ripercorrono la storia. Noi italiani, in particolar modo, abbiamo il grande privilegio di essere connazionali delle cosiddette “tre corone”; mi riferisco, al “sommo” poeta Dante, a Petrarca e a Boccaccio. Solo le loro più importanti opere – Commedia, Canzoniere e Decameron – basterebbero, da sole, a riassumere il valore di un’intera tradizione letteraria come quella italiana.
Procedendo verso tempi più recenti, possiamo certamente individuare almeno due o tre nomi per secolo degni di essere non soltanto ricordati, ma addirittura osannati. Tasso, Ariosto, Boiardo, fino ai più recenti Manzoni, Leopardi, Verga, D’Annunzio e chi più ne ha più ne metta. Tutti personaggi che ci limitiamo a tramandare attraverso i nostri studi scolastici – e per alcuni anche accademici – ma che non sono stati, tuttavia, insigniti del più prestigioso riconoscimento al quale un poeta possa ambire: il Premio Nobel per la Letteratura. Certo, per alcuni dei citati, sarebbe stato impossibile riceverlo considerando che sono nati e vissuti in ere antecedenti a quella in cui lo stesso Nobel per la Letteratura è stato istituito. Era il 1895, infatti, quando il chimico Alfred Bernhard Nobel, inventore della dinamite e della balistite, inserì tra le volontà testamentarie l’istituzione del Premio – che prende il nome proprio dal suo cognome – al fine di premiare tutti coloro che si sarebbero distinti nei vari campi dello scibile. Sono così nati il Nobel per la chimica, la fisica, la matematica, la medicina, la letteratura, la pace.
Il Nobel per la Letteratura è stato soltanto sei volte assegnato a personalità italiane in più di un secolo di storia; precisamente: a Carducci nel 1906, alla Deledda nel 1926, a Pirandello nel 1934, a Quasimodo nel 1958, a Montale nel 1975, e il sesto? Proprio qui viene il bello. Bisognerà aspettare più di un ventennio prima che un italiano torni a vincere l’ambito riconoscimento. Nel 1997, infatti, il Premio finisce nelle mani – e nel curriculum – di Dario Fo. Autorevole uomo di teatro, figura di spicco della cultura italiana, personalità poliedrica. Tutti meriti innegabili, ovviamente. Ma c’è un ma. E il ma è che Dario Fo non era uno scrittore, non era un letterato: era un uomo di teatro. E per quanto un uomo di teatro abbia dimestichezza con la scrittura, resta pur sempre un uomo di teatro.
Eppure Fo il suo Nobel se l’è preso. E se l’è preso scatenando non poche polemiche. Furono in primis i grandi esponenti della cultura italiana a gridare allo scandalo. Quell’anno, infatti, la stragrande maggioranza tifava per una delle penne più illustri del secolo scorso: il poeta toscano Mario Luzi. Ma il povero Luzi, come sappiamo, è stato depauperato del premio proprio sul più bello. Le polemiche su Fo riguardavano prevalentemente il suo schieramento politico di sinistra e il fatto che nascesse come attore di teatro e avesse concentrato tutta la sua carriera esclusivamente sull’attività teatrale; in altre parole, le sue scarse relazioni con il mondo della letteratura.
L’Accademia Reale Svedese motivò così la scelta: "Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati". E alla motivazione lo stesso Fo replicò: “Con me hanno voluto premiare la gente di Teatro”, quasi a sottolineare che in fondo quel premio gli spettava perché anche il teatro rientra in parte nel mondo della letteratura e merita di essere considerato. Non mancarono, in quell’occasione, le dichiarazioni polemiche dello stesso Luzi che dichiarò di non conoscere Fo come autore.
Oggi Dario Fo non c’è più. Si è spento a novant’anni dopo un’indomabile carriera suggellata da prestigiosi riconoscimenti, Nobel in testa. Ed è curioso constatare come proprio nel giorno della sua morte sia stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura 2016. Ma ancora più curioso è constatare come nel giorno della sua morte l’“errore”, o forse potremmo dire la “trasgressione”, sia stata ripetuta. Ancora una volta l’Accademia Reale Svedese ha assegnato il premio ad un personaggio che tutto ha, fuorché attinenza con la letteratura. Sebbene abbia scritto dei grandi capolavori (memorabile la sua Knockin on Heavens Door), Bob Dylan nasce e resta un musicista, un cantautore. Una persona che, perdonate la franchezza, non meritava certo un premio del genere. E sono certo che non sono il solo a pensarlo. Non è un caso se anche stavolta si siano accese delle polemiche proprio da parte di esponenti del mondo letterario che si domandano cosa c’entri Dylan con la letteratura. L’Accademia riconosce al cantautore di «aver creato espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana». Una motivazione che sembra buttata lì, quasi non sapessero a chi assegnare questo premio e allora è finito al primo capitato in lista, o probabilmente al meno peggio. Peccato che stiamo però parlando di un Premio Nobel e non di un semplice premio regionale; qualcosa, dunque, che resta nella storia, nei manuali, viene studiata, tramandata ai posteri. Cosa racconteremo ai nostri figli? Che nella nostra epoca il massimo che siamo stati in grado di produrre a livello letterario sono le canzoni di Bob Dylan (con tutto il rispetto che posso avere per le sue canzoni)? Mi rifiuto di accettare l’idea che siano stati ignorati personaggi del calibro di Oriana Fallaci, Alda Merini, Umberto Eco, gente che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura, che ha offerto un contributo inestimabile e si è imposta a livello internazionale portando alto l’onore del nostro Paese in giro per il mondo, e si sia scelto di premiare un cantautore per il valore dei suoi testi.
Perché nessuno ha pensato a nomi come i loro? Forse la decisione non è stata voluta, ho motivo di credere che anche qui sia tutto pilotato, sebbene il mio istinto speri non sia così.
Chiedo perciò all’Accademia che la prossima volta ponderi bene le sue scelte, rivaluti a fondo il senso di questo premio, perché ai miei figli voglio poter raccontare che la mia epoca è stata in grado di produrre livelli di letteratura pari a tutte le altre.

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