da Meine Heimat, opera intermediale di Antonio Poce e Valerio Murat su un testo poetico di Ulrike Almut Sandig - Expanded Gramophon, Meine Heimat, pubblicazione autorizzata dall’autore

Una nuova arte avanguardista si affaccia nel panorama italiano.

L’arte intermediale di Antonio Poce
di Gabriella Impallomeni

«Conosco Antonio Poce da oltre quaranta anni. E’ un compositore che unisce una brillante preparazione musicale alla pratica delle arti visive (dalla videografia, alla grafica; dalla calligrafia, alla pittura astratta) maturata nell’arco di moltissimi anni. Ciò spiega in buona parte come egli sia giunto ad assumere l’intermedialità come paradigma della propria ricerca estetica.
La convinzione che questa costituisca la nuova frontiera dell’arte è alimentata da due certezze: 1) la sintesi fra gli insegnamenti della tradizione e le enormi potenzialità offerte dalle nuove tecnologie; 2) l’orientamento verso una integrazione totale fra le stesse discipline artistiche». Ennio Morricone

Antonio Poce pensa, pubblicazione autorizzata dall'autore

Ascoltare è immaginare” era il titolo della sua Mostra di opere intermediali del 2015. Sarebbe corretto definire “astratta” un’arte che dall’udito arriva sino all’immaginazione?

Ascoltare significa percepire immagini. Esse sono numero - parola - suono. S. Agostino ne aveva già intuito l’intima struttura numerica, riconducendo suono e immagini ad una origine comune e indicando, in prospettiva, la possibilità di un trattamento analogo.
Le immagini sono parte del fenomeno audiovisivo. Il nostro sistema percettivo è multicanale. Ogni senso vorrebbe coinvolgere tutti gli altri (e perfino l’intero corpo) in una percezione totale che decifriamo come desiderio di complessità.
La musica dal canto suo detiene una sorta di primato fra le arti visive (è anch’essa è un’arte “visiva”). Essa è per sua natura sfuggente, abitando nell’urgenza del tempo. Perciò le capacità dei compositori sono mediamente più affinate rispetto a quelle di artisti impegnati in altre discipline.
Non condivido la contrapposizione Astratto/Concreto. Come rifiuto la contrapposizione Nuovo/Antico. Sono superfetazioni della deriva dialettica che ha sommerso tragicamente l’intero ‘900. Potrei dire che la mia è un’arte astratta in quanto basata sulla poetica del corpo, e nello stesso tempo affermare che è un’arte concreta in quanto basata sulla visione molteplice e la sintesi poetica. 
Noi viviamo nel nostro corpo, il quale ospita la nostra mente che immagina. E' un luogo in cui l'esterno si fa interno, dove le emozioni decifrano il mondo sublimandolo in parola e linguaggio. Si tratta perciò di una attività che non può essere riconducibile ad una catalogazione rigida e del tutto esteriore, la quale tranquillizza certamente archivisti e collezionisti, ma aggiunge ben poco alla comprensione del processo creativo.
Posso dire, con buone ragioni, che tutta l’Arte è astratta. Ma potrei dire, con altrettante ragioni, che tutta l’Arte è concreta. La verità è che dovremmo rifuggire dalle facili semplificazioni e adeguare il nostro linguaggio alle profondità della psiche. “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, su questo non ho dubbi. Perciò dico che noi siamo la nostra memoria, e che attraverso di essa l’interiorità di ogni artista diviene segno e scrittura.

Signore delle ombre, Antonio Poce, pubblicazione autorizzata dall’autore

In coppia con il termine Arte figura il concetto di “intermedialità”: in cosa differisce dalla “multimedialità”?

Ho parlato di Arte Intermediale riferendomi a nuove scritture che trattano contestualmente figure musicali, testi poetici e immagini in movimento, nella convinzione che tali opere rispondano coerentemente alle conoscenze oggi maggiormente diffuse che caratterizzano i linguaggi dell’arte contemporanea.
La cosiddetta “multimedialità”, invece, è una somma di scritture diverse, ciascuna delle quali è al servizio dell’altra, ma con una struttura portante che è la sceneggiatura. Una convivenza che ha dato luogo a innumerevoli capolavori. Oltre cento anni di storia del Cinema lo testimoniamo.
La mia produzione è rivolta da molti anni alla scrittura intermediale. Lavoro solitamente con altri colleghi con i quali ho fondato, circa quindici anni fa, il gruppo Hermes Intermedia (con Giovanni Fontana, Giampiero Geminie Valerio Murat). In un’epoca dominata dalla molteplicità non ritengo più accettabile la vuota riproposizione di semplici “incontri” tra le arti. E’ l’inutile riaffermazione di un vecchio schema che vede le arti inquadrate in uno sterile parallelismo dove l’una è, ancora e soltanto, ’’a commento’’ dell’altra.
L’intermedialità è altro. E’ sintesi di processi creativi diversi e crogiuolo di nuove scritture. Pratico l’Intermedialità come esplosione del molteplice, assumendo la parola, l’immagine animata, il suono, la musica, la danza, come carni dello stesso corpo, pensieri della stessa anima.

In questo processo simbiotico fra varie discipline artistiche, qual è il rapporto fra le differenti arti che consente di farle convivere in un unicum organico?

Ho adottato da molti anni una strategia compositiva capace di controllare contestualmente tutti i materiali (di qualsiasi origine sensoriale) ed integrarli in un solo processo creativo. I miei lavori intermediali si muovono in questo territorio di libertà. Che non è libertinaggio, sia chiaro. Si tratta infatti di un processo che vive di controlli severissimi, derivati in buona parte dalle tecniche per la composizione musicale.
Considero l’atto creativo un’esperienza globale, che impegna tutti i sensi. Mi concentro però sul suono, e attraverso di esso pratico una visione prospettica che ingloba tutte le altre percezioni. Da qui prende le mosse una concezione della realtà intesa come continua metamorfosi che ha importanti precedenti sia in campo pittorico che letterario. Tutto il processo creativo viene quindi fissato in una progettazione scritta, che garantisce un controllo totale della forma e la piena consapevolezza di ogni istante della composizione.
Quando ciò avviene secondo i canoni stabiliti, e con l’attenzione rivolta all’affinamento delle qualità,  si può cogliere allora la vertigine della visione molteplice.
Tra i molti vantaggi di questa metodologia di lavoro, vi è appunto il superamento di ogni artificiosa contrapposizione fra reale e immaginario. E’ per questo che le mie opere possono anche essere qualificate “astratte”. Ma non certo in quanto presuppongano un rifiuto del reale, quanto invece per il fatto che esse sono il prodotto dalla mia interiorità, distillate in un arco creativo fissato in un progetto.

Angelo della Memoria, Antonio Poce, pubblicazione autorizzata dall’autore

Qual è stato il ruolo della memoria nella storia dell’umanità e quale nella composizione artistica?

E’ una domanda enorme. Mi limito ad alcune osservazioni che lascio come guida per eventuali approfondimenti.
Posso intanto dire che nessun discorso sui processi creativi può prescindere da una ricognizione approfondita sulla memoria e le sue istituzioni. Sappiamo che l’abilità umana nel leggere e nel produrre opere d’arte è conseguente alla facoltà di ricordare. Gli antichi lo avevano già compreso in maniera inequivocabile. Le Muse, che rappresentavano appunto le diverse arti, erano tutte figlie di Mnemosine, cioè di Memoria. Il mito ci fornisce quindi l’immagine più chiara per definire, insieme all’origine stessa dell’Arte, anche la centralità di quel complesso di funzioni della mente umana che chiamiamo "memoria".
Sarebbe molto interessante vedere come molti artisti si siano serviti di questa facoltà per elaborare il loro pensiero. Come sarebbe rilevante richiamare almeno le tappe essenziali della storia della scrittura, intesa come estensione della memoria, quindi struttura essenziale per la progettazione di qualunque opera complessa.
Insieme al mio collega Valerio Murat stiamo ultimando un libro sulla Composizione nel quale affrontiamo questi argomenti, con molti esempi presi volutamente da discipline artistiche diverse. Uscirà nei prossimi mesi.

Raison, Antonio Poce, pubblicazione autorizzata dall’autore

Ogni opera cela in sé un messaggio che intende trasmettere al fruitore. Qual è il messaggio ultimo che si prefigge di divulgare attraverso la sua arte?

Penso ad una felice coesistenza delle diversità, alla conseguente eliminazione di ogni schema di conflitto e alla progressiva integrazione fra le arti. Tutto questo ci proietta in una dimensione più coerente con la sensibilità contemporanea, dove l’invenzione non è più ostaggio delle differenze. Un mondo in cui codici e linguaggi ci appaiono sempre più integrati in visioni simultanee. Un mondo in cui i territori diversi dell’arte possono pacificarsi in un solo processo creativo, ove la diffusione delle nuove tecnologie possa favorire l’evoluzione di schemi di pensiero integrativi e, di conseguenza, il rigetto di ogni ideologia antagonista. Un mondo in cui si è definitivamente affermata la comunicazione “audiovisiva” (non audio-visiva), che esige pertanto forme di pensiero in cui ogni aspetto della percezione risulti coinvolto.
Ma vorrei concludere con una ipotesi che ritengo molto fondata. L’integrazione fra tutte le arti e una convivenza priva di conflitti sono certamente un punto di arrivo, ma potrebbe essere anche un ritorno. Un ritorno a casa. A Lascaux, da Chauvet, ad Altamira, è stato ritrovato un modello di abitazione che sembra rappresentare proprio quell’ideale al quale ho fatto riferimento.
Si tratta di “caverne” abitate, circa 20.000 anni fa, da uomini che avevano già inventato la caccia. Questi uomini dipingevano le pareti con raffigurazioni che sconvolgono per la padronanza del segno, per la plasticità delle forme e l’assenza di ogni rigidità geometrica.
Ma ancor più si rimane colpiti da una rappresentazione che sembra aver assimilato i concetti di multivisione: sovrapposizione delle figure, talvolta trasparenti, o di grandezza inversamente proporzionale alla distanza, rimandano ad una prospettiva psicologica, tale da richiamare il celebre aforisma di Picasso: «Non dipingo quello che vedo, ma quello che penso».
Erano cacciatori-artisti. Di fronte ad uno scenario così ricco, soltanto una mente dissestata o persa può qualificare quegli uomini come “primitivi”. Oltre alla pittura e alla scrittura avevano anche strumenti a percussione e a fiato, un fuoco acceso e la parola per la narrazione. Producevano quindi lavori "audiovisivi", immagini della loro interiorità. Erano naturalmente intermediali, perché coniugando tutte le loro abilità essi riuscivano a fare ciò che ogni artista vorrebbe: rappresentare l’invisibile.

Studioso di Composizione, vincitore in vari concorsi internazionali, Antonio Poce è un artista dalla cultura poliedrica, che fa dell’eclettismo la principale novità della sua “Arte Intermediale”.


(Intervista realizzata con la collaborazione di Giuseppe Bellavia)

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