Pearl Harbor di The U.S. National Archives, Creative Commons

Una tragica scusa per poter entrare nel conflitto mondiale

 

Il grande inganno di Pearl Harbor
di Antonello Cannarozzo

Lo scorso 7 dicembre, sui media di tutto il mondo, è stato ricordato l’anniversario dell’attacco giapponese alla marina degli Stati Uniti presso Pearl Harbor, nell’arcipelago delle Hawaii, avvenuto oltre settant’anni fa che segnò l’entrata degli americani nella seconda guerra mondiale

Una giornata che modificò per sempre non solo le sorti del conflitto, ma in seguito anche quelle della politica mondiale. Una pagina di viltà da parte del governo guerrafondaio giapponese contro una nazione pacifica come gli Stati Uniti, con un presidente come Franklin Delano Roosevelt che aveva fatto della neutralità nel conflitto europeo il suo slogan “Mai, – affermava - nessun ragazzo americano morirà per questa guerra”. Ultime parole famose, è proprio il caso di dire. 

Questo, in breve, il resoconto dell’avvenimento ormai storicizzato, dove troviamo da un lato i buoni, gli americani, ovviamente, e i cattivi giapponesi dall’altra. Dunque, tutto chiaro? Non proprio. I fatti accaduti certamente non si possono discutere, ma le cause che portarono alla morte di 2403 persone, tra cui molti civili, sono tutte da rivedere: da una parte la dabbenaggine della marina americana e dall’altra una fortuna fin troppo sfacciata dei giapponesi, due elementi che stridono per essere una mera casualità.

A dire il vero, fin dalla fine della guerra, qualcuno cominciò a porsi qualche domanda su quegli avvenimenti e sul ruolo avuto da Roosevelt, ma subito venne tacciato di anti americanismo, il solito complottista e così via; non dimentichiamo inoltre che c’era la cosiddetta guerra fredda, tema preponderante di quel periodo della storia, che lasciava le indagini di Pearl Harbor su un binario morto come una delle tante fantasie giornalistiche. 

Tuttavia, gli anni passano, e come in un bicchiere pieno di acqua e fango, quando quest’ultimo comincia a decantare verso il basso, ecco apparire l’acqua finalmente limpida; fu così anche per la verità storica. Nuovi documenti, ormai declassificati dagli archivi degli Stati Uniti, dimostrano che quei dubbi non erano poi così banali.

Un'indagine lunga 14 anni

La verità dei quel 7 dicembre era già nota, ma ad una ristrettissima élite.
È quanto risulta dai tantissimi documenti segreti inerenti a quella tragedia e nascosti per decenni in migliaia di faldoni di carte, divise a loro volta tra le varie agenzie di intelligence: dal Fbi al Pentagono, dallaCia alla Us Navy fino al recente Nsa; insomma, bastava questo per dissuadere qualsiasi investigatore anche se armato della più ferrea volontà.

Ciò nonostante la verità riguardo le cause che portarono a quella giornata la dobbiamo ad un giornalista americano, Robert Stinnet che ha dimostrato, carte alla mano, che non fu tutta colpa dei giapponesi - ciò non assolve, ovviamente, l’imperialismo nipponico - ma del cinismo di un uomo che tutti consideravano un padre della patria insieme a Washinton e Lincoln, il presidente Franklin Delano Roosevelt. Lui, infatti, aveva già deciso di entrare in guerra a fianco degli inglesi contro le forze dell’Asse a qualunque costo, nonostante le rassicurazioni fatte davanti al popolo in campagna elettorale. 

Mancava solo la causa scatenante per giustificare una tale azione e, come spesso capita in politica, se non c’era bisognava crearla in qualunque modo, iniziando a portare, ad esempio, all’esasperazione i giapponesi con una serie di provocazioni tali da indurre l'Imperatore nipponico a firmare per primo l'ordine d'attacco necessario per l'entrata in guerra senza tradire, si fa per dire, la parola data agli americani. Uno "splendido" lavoro dell'allora nascente intelligence statunitense.

Leggendo il libro di Stinnet “Il grande inganno di Pearl Harbor”, tratto dalle miriadi di documenti, troviamo accadimenti che hanno portato in tre anni di guerra un tributo americano di oltre quattrocentomila soldati caduti in ogni scenario di guerra nel mondo. 

Prima di proseguire, però, c’è da ricordare per obiettività le ragioni che portarono il presidente degli Stati Uniti, che non era un pazzo criminale, ad entrare in guerra e chi lo convinse a questa decisione, il capitano di marina Arthur McCollum, figura primaria in questa vicenda.

L’uomo che fece entrare gli Usa in guerra 

Nato in Giappone da genitori americani, McCollum della terra natia conosceva usi e costumi, ma soprattutto la lingua e la mentalità. Al di là degli incarichi ufficiali era anzitutto un agente del Naval Intelligence Office, il Nio, e uno dei pochissimi che poteva presentare direttamente alla Casa Bianca le sue analisi strategiche. 

Fu proprio una di queste analisi che fece protendere Roosevelt, già deciso da tempo, ad entrare in guerra e di dare il via al progetto delle provocazioni. L'ufficiale aveva ipotizzato nel suo ultimo rapporto uno scenario apocalittico non lontano dalla verità: con l'Europa occupata dalle truppe nazi-fasciste e con la sconfitta dei britannici, l’espansionismo tedesco avrebbe avuto un successivo sviluppo anche al di là dell’Atlantico presso i “vicini” di casa degli americani. 

I protettorati di Londra in America centrale e meridionale sarebbero finiti sotto le bandiere con la svastica così come la flotta del Mediterraneo, dell'Atlantico ed anche del Pacifico, dove il Giappone, con l’accordo militare tra Germania e Italia, era una pedina fondamentale in questo scacchiere mondiale. Un simile scenario catastrofico non avrebbe certo salvato gli Usa dalla tragedia mondiale. Era dunque fondamentale entrare in guerra al fianco di Londra, ultimo baluardo del mondo Occidentale, ed evitare questa catastrofe. 

C’era solo un problema: il popolo americano, secondo un sondaggio della famosa Gallup, fatto in quegli anni, aveva dichiarato per ben il 90% di non voler entrare nel conflitto europeo. Bisognava allora dare l’idea di essere propositivi con l’avviare accordi commerciali con il Giappone, istituendo tavoli di incontro, ma con l’accortezza di prolungare all’infinito gli incontri, così, quando si stava per raggiungere un accordo, subito gli americani rilanciavano con altre pretese con l’inevitabile risposta negativa da parte giapponese.

Quest’ultimi non potevano accettare, pur con la miglior buona volontà, che si facessero pressioni sui possedimenti dell’Olanda, allora con il governo in esilio a Londra, per impedire la vendita di petrolio al Giappone, mettendo di fatto in ginocchio l’economia del Sol Levante, come anche l’idea continuare ad aiutare alla luce del sole la Cina nella guerra di liberazione anti nipponica, un aiuto già avviato per tutti quei Paesi che erano in guerra contro l’asse Germania - Italia, inoltre, rivedere tutte le basi nel Pacifico e altre proposte capestro. 

Dopo una serie di lungaggini burocratiche e diplomatiche, finalmente i giapponesi compresero il gioco degli americani e ruppero di fatto le cosiddette trattative. Strangolati dall’embargo petrolifero olandese–statunitense che li rendeva vulnerabili, la presa in giro nelle trattative, per non citare le azioni di disturbo della marina americana ai limiti delle acque territoriale nipponiche, portarono inevitabilmente alla scoppio della guerra.  

Il dato è tratto

Dopo aver preso atto della mancanza di volontà da parte del governo americano, il 2 novembre l’Imperatore Hirohito accetta di intraprendere il conflitto contro gli ormai odiati americani.

Il giorno successivo l’esercito giapponese era già operativo, mancava solo di scegliere il giorno e l’ora dell’attacco a sorpresa. Almeno così pensavano, non sapendo che tutto si stava svolgendo a loro insaputa secondo i tempi e i modi già previsti da Roosevelt; non solo, ma avendo quest’ultimo la chiave per decodificare i messaggi cifrati nipponici sapeva addirittura dove si sarebbe riunita la loro flotta e quando avrebbero attaccato senza informare i comandi della marina.

Altro che improvvisa azione di guerra.

Ciò che seguirà fino all’attacco finale ha dell’incredibile se non si comprende come tutto era stato ben pianificato; il governo americano, con grande sconcerto degli stessi comandi militari, pur non sapendo del prossimo attacco giapponese, conosceva bene la delicatezza del momento e non comprese come mai era stato dato l’ordine di sguarnire proprio le basi del Pacifico. Si fecero allontanare Navi comeEnterprise insieme a 11 navi di scorta per consegnare 12 aerei in un posto remoto del Pacifico ai marine che erano di stanza lì, ed ancora portare nelle lontane isole di Midway altri 18 aerei; ma in questo modo erano state poste in salvo tutte le portaerei e 21 navi da combattimento modernissime, mentre a Pearl Harbor erano rimaste 90 carrette del mare ormai in disarmo o quasi, ma che fecero la loro figura nelle esplosioni che si susseguirono all’intervento nipponico. 

Ci sarebbero tanti fatti che oggi, a distanza di settant’anni, lasciano sgomenti riguardo come si possa decidere sulla sorte di 2400 persone, senza contare i feriti. Come l’annuncio della dichiarazione di guerra giapponese che venne trasmessa volutamente in ritardo ai comandi militare mentre il raid aereo e navale era ormai in corso e non si più poteva intervenire.

Per ironia della sorte, i comandi di Washington decisero che, nonostante “l’improvviso” bombardamento, non si potevano giustificare delle palesi negligenze che avevano aiutato il nemico in questa tragedia.

 Si riferivano forse a Roosevelt? No, i responsabili erano l'ammiraglio Kimmel che da pochi mesi aveva assunto il comando della flotta americana del Pacifico trattenuta a Pearl Harbor come esca, e il tenente generale Short, capo del comando presso le Hawaii, inconsapevoli vittime delle manovre politiche. I due furono rimossi dall'incarico e degradati per negligenza nel comando di cui erano sempre stati tenuti all’oscuro di tutto: ma erano le vittime designate  degli intrighi della Casa Bianca e questo bastò per segnare la loro sorte.

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