Il grafico mostra l'evoluzione della struttura del debito pubblico. Sull'asse verticale è riportata la percentuale di tasso variabile e tasso fisso, Buoni del Tesoro Poliennali indicizzati e vita media dei titoli di stato (scala da anni 1 a anni 8). Sull'asse orizzontale sono riportati gli anni di riferimento, dal 1993 ad oggi Fonte: MEF.

Flessibilità: le grida dell'Italia
di Gianluca Di Russo

Nei giorni in cui l'opinione pubblica è offuscata dalle diatribe sulle questioni etiche legate alle unioni civili, i moniti Europei sulla salute dell'Italia hanno trovato scarsa risonanza, se non per le grida lanciate dal nostro premier Renzi che, a più riprese, ha alzato la voce sulle inadeguate e inopportune dichiarazioni sul sistema bancario e sulla tenuta economica del paese.
L'avversione ai burocrati Europei è di norma lasciata ai movimenti d'opposizione e mal si adatta ai governi istituzionali che rappresentano un paese che ha controfirmato e ratificato tutti i trattati, da Maastricht a Lisbona, con l'evidente risultato di ottenere rimbrotti e repliche a dir poco formali.
Il problema più imminente, sottolineato da Bruxelles, è la tenuta del sistema bancario, con la massa dei crediti deteriorati che le banche hanno in pancia, frutto della recessione del 2008, che ha stravolto gli asset patrimoniali del sistema del credito italiano.
L'accordo sulla bad bank è soltanto un brodino che non va a lenire il problema, con il governo impegnato a trovare soluzioni strutturali che consentano alle banche di rispettare i parametri di solidità imposti dalle nuove regole europee.
L'intento italiano di trovare una sponda da qualche altro paese in difficoltà, per allargare il tavolo ad una partita sovranazionale, non sembra essere recepita, con la commissione europea che risponde sempre a tono sulle mancanze e ritardi del nostro paese a mettere in sicurezza il sistema bancario, ormai a 5 anni dall'esplosione della crisi.
In un siffatto clima di schermaglie, il richiedere ulteriore flessibilità per il deficit, passato dal 2,2% al 2,4%, con 3,5 miliardi di nuove spese, viene mal visto dai nostri partner che puntualmente lanciano l'appello al rispetto dei parametri, mostrando gli impietosi numeri che l'Italia presenta.
Dalla nostra entrata nell'area euro, il pil italiano è cresciuto solo del 4% e rivede un modesto segno positivo (+ 0,8% nel 2015) dopo anni di contrazione.
Il debito pubblico ha raggiunto la cifra record di 2200 miliardi, con un rapporto sul pil del 132%, nonostante la congiuntura favorevole dei tassi di interesse molto bassi che aiutano i costi del rifinanziamento.
Nella difficoltà di diminuire il numeratore (debito pubblico) e aumentare il denominatore (pil) il governo cerca qua e là risorse e qualche taglio per andare avanti e aspettare dal fato tempi migliori.
Purtroppo per noi, l'economia globale arranca e la visione teutonica dell'Europa, tutta rigore ed esportazioni, mal si concilia con la congiuntura del momento.
In uno stallo del genere, nessun governo eletto potrà attuare delle politiche per il paese che ci rimettano in sesto, pena l'inevitabile sconfitta elettorale.
Gli annosi problemi legati a corruzione, evasione e mafie sono di contorno alla rigidità di un paese che ha tagliato già il possibile per contenere i costi della macchina dello Stato, ma l'avanzo primario che ne è derivato non è servito a rinnovare e sbloccare risorse per perpetuare una crescita sostenibile.
La tassazione, incrementata del 4% negli ultimi anni, ci pone al primo posto per pressione fiscale, e appare difficile attrarre investimenti in un tessuto economico che sopprime migliaia di imprese all'anno.
Il piano di emergenza, per evitare prestiti capestro e l'ingresso dei burocratici europei a dettare le linee di politica economica, appare chiaro: colpire la ricchezza privata delle famiglie per riaggiustare i conti.
In attesa di un prossimo governo tecnico che esegua il da farsi, il fato porti a noi crescita importata e un po' di sana inflazione a colorare di verde i nostri conti in rosso.

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