La sede della Banca centrale europea. Di Epizentrum - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38317255

Per una virgola in più
di Gianluca Di Russo

In attesa delle missive europee che certificano puntualmente all'Italia il rischio di violazione del patto di stabilità, i litigi a colpi di twitter vedono invischiati gli uffici di comunicazione dell'Istat, con la pubblicizzazione del dato del Pil 2015, con un incremento dello 0,8%, con la successiva rettifica ad un più modesto 0,6%.
Al di là della demagogica virgola che alimenta i proclami di ripresa, gli occhi puntano lo sguardo sulla riunione della Bce del 18 marzo, con la speranza, ormai sempre più affievolita anche dai mercati e dagli osservatori economici, sulle eventuali manovre espansive che Mario Draghi possa mettere in campo.
Il nostro governatore, da quel “whatever it takes to save euro” del 2011 ai giorni nostri, ha posto la Banca Centrale Europea come unica istituzione protagonista, con una serie di provvedimenti e manovre volte alla stabilità dei prezzi e dei mercati, con l'obiettivo target di un'inflazione al 2%.
Nelle evidenze dei fatti, i vari provvedimenti sono serviti alla Bce per fare quello che non le è consentito dal mandato, ovvero misure fantasiose di imposizioni di politica economica dei vari paesi, con il risultato di aver consentito alle banche di acquistare i titoli di stato dei paesi in crisi (LTRO), calmierando gli spread impazziti del 2011, per poi riacquistare direttamente, attraverso l'allentamento monetario (QE), i titoli stessi a prezzi più alti, garantendo la tenuta del sistema bancario.
Peccato che l'obiettivo primario, l'inflazione al 2%, sia lontano dall'essere raggiunto, se ci attestiamo ai dati di febbraio 2016 che fanno ripiombare l'Europa (-0,2%) nello spauracchio della deflazione.
Dinanzi ai numeri impietosi, sia della crescita che dell'occupazione, molti degli addetti economici iniziano a criticare l'impostazione dell'Unione, con le conseguenti riflessioni sulle politiche d'austerità intraprese negli anni, che hanno seriamente incrinato il tessuto industriale di molti paesi, soprattutto nel Sud Europa.
Il probabile incremento dei tassi negativi da parte della Bce non porterà sollievi e trasmissione del credito per ridare fiato e speranze a economie ormai seriamente compromesse da tagli di bilancio e inasprimenti fiscali che hanno ridotto allo stremo imprese e famiglie.
Il premier Renzi, con appello multilingue, chiede maggiore flessibilità e politiche di investimento da un lato, per poi andare a braccetto con Juncker dall'altro, realizzando quello che in perfetto italiano potremmo definire un “ossimoro”, in disaccordo con i neologismi che l'accademia della Crusca sta certificando ultimamente.
In questo stallo di visione e programmazione politica, si cerca attraverso lo spostamento di alcune poste di bilancio di imprimere qualche manovra per ricavare una virgola in più e vedere se il tempo regali momenti migliori.
In termini pokeristici, non è difficile interpretare le mosse politiche italiane come un “bluff” o come un “buio”, ma appare difficile risalire una china che ha desertificato il tessuto industriale nazionale, con politiche di austerità che hanno solo accentuato il nostro declino.
Solo un'inflazione importante ed una crescita decennale al 4-5% ci riporterebbe ai livelli pre crisi, ma tutte le eventuali manovre di politica economica sono di fatto impedite dal patto di stabilità e dal fiscal compact.
In assenza di politiche europee che mettano mano agli squilibri esistenti tra i vari paesi, con redistribuzioni e mutualità per le nazioni che soffrono di continui indebitamenti, l'ultima opzione rimane quella di una coalizione degli stati del sud Europa, con la Francia a tessere le fila diplomatiche verso una progressiva armonizzazione fiscale con gli Stati del nord.
Le cronache raccontano di posizioni inflessibili da parte dei paesi più competitivi che beneficiano dell'unione così concepita e dello status quo che si è creato, ma, di fronte al continuo accrescimento dei surplus commerciali e dei crediti che si generano in Germania e nel blocco dei paesi filo teutonici, ci sono i paesi debitori che manifestano sempre di più intolleranza all'euro e alla perduta sovranità monetaria.
Aver perso una generazione di giovani, con 100.000 emigrati ogni anno, è lo scotto dell'attuale immobilità: che il tempo sia galantuomo o tiranno non dipenderà più dai punti di vista.

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