Manifestazione del 9 marzo contro la legge sul lavoro francese. Foto tratta da Youtube Asso.Asia (Association de Soutien à l'Intégration et à l'Adaptation des Asiatiques.)  https://www.youtube.com/watch?v=FMPEOJGRvOM

Mercato sovrano
di Gianluca Di Russo

Il mainstream mediatico ha cancellato dalle cronache le ripetute contestazioni dei giovani francesi all'entrata in vigore della “loi travail”, copia del jobs act italico in salsa transalpina, con l'evidente tentativo di nascondere, ai più, la normalizzazione europea verso la deflazione salariale anche del paese principe dei diritti e dello stato sociale che, per molti anni, è sempre stato riferimento per le politiche sociali e per il welfare di ispirazione socialista.
La progressiva politica di disfacimento degli stati sociali e delle costituzioni nate nel dopoguerra viene mitigata dai governi nazionali attraverso dogmatiche cessioni di sovranità e allusioni alle riforme strutturali che vengono imposte o dall'Europa o dal mercato, inteso come forma sovranazionale di unico modello al quale ispirarsi, come se il mercato dei “prezzi” fosse l'unico assunto della futura società europea.
La transizione, molto dolorosa nei fatti, da un modello sociale di garanzie da parte degli stati con politiche costituzionali di “piena occupazione” alle nuove politiche di “ordoliberismo” alla tedesca, è la testimonianza di come il mercato possa dirigere le dinamiche sociali ed i conseguenti diritti, sottoponendoli alla flessibilità e precarietà degli eventi.
Fino a quando si possano nascondere o interpretare a piacere i numeri di tale progetto non è dato sapere, ma l'evidenza dei dati Istat, almeno per il nostro paese, mostra una desertificazione produttiva e sociale che sta prendendo sempre più forma.
L'incremento del tasso di disoccupazione all'11,9% e il calo di 97mila unità al termine della decontribuzione fiscale, garantita inizialmente dal jobs act, mostrano che le politiche di flessibilità e la cancellazione dell’art. 18 erano solo applicazioni della linea europea di svalutazione interna, in mancanza di aggiustamenti possibili in un regime di cambi fissi, con l'euro come deus ex machina del nuovo concetto di Europa sociale.
L'elogio di un premier di sinistra al grande manager svizzero, che delocalizza all'estero l'azienda storica della ricostruzione italiana, incrementando di fatto l'indebitamento estero del nostro paese, mostra come la contrattazione a difesa dei diritti stia andando nella fase tedesca di sostituzione dalla collettività all'impresa, lasciando alla singola azienda la stesura di eventuali regole agli orari e diritti del lavoro.
Nasce il nuovo paradigma di “occupabilità” dove le condizioni dell'individuo sono subordinate alle esigenze del mercato, come teorizzato dall'economista austriaco Von Hayek nel secolo scorso, teoria monetarista dove il ruolo del governo e degli Stati deve essere minimale e meno intrusivo possibile, per poi lasciare alla “mano invisibile” del mercato la garanzia di stabilità delle economie e la fine dei conflitti sociali.
La divergenza strutturale dei paesi all'interno dell'Unione Europea amplifica le tensioni e i differenti interessi nazionali, e le conseguenti politiche di convergenza all'assunto monetarista incontrano talvolta ostacoli dettati dalle condizioni economiche e sociali che gli individui sperimentano sulla propria pelle, con l'inevitabile creazione di focolai di tensione, populismi e derive anti democratiche.
La lotta maniacale all'inflazione, tipica degli anni ‘70, ha sprigionato politiche economiche e sociali volte alla salvaguardia della finanza e del capitale, con i creditori che impongono le regole e i comportamenti.
Gli Stati si stanno adeguando con tagli alla spesa pubblica, progressiva privatizzazione della sanità universale e tagli lineari a tutte le forme di assistenza.
La crisi della “domanda”, ossia della disponibilità di reddito per le imprese e famiglie, è la conseguenza delle politiche perseguite a livello europeo: l'aver bruciato negli ultimi anni il 25% di ricchezza privata per sostenere i consumi e il sostentamento delle nuove generazioni è l'indizio sul quale tutti dovremmo riflettere.
Lasciare la sovranità al mercato dei prezzi è un'opzione percorribile, a condizione che sia la democrazia a deciderlo.

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