Greenpeace: i retroscena del trattato commerciale tra Usa e Ue

Rischio colonizzazione
di Sergio Brizzi

La bomba è scoppiata, almeno sui giornali di mezzo mondo.
Greenpeace ha messo a disposizione dei media un documento di 240 pagine sul trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, conosciuto come Ttip. Se questo dovesse essere approvato così come risulterebbe da queste carte, il nostro Continente sarebbe alla mercé degli americani, anzi, senza alcuna reticenza, diventeremo di fatto una loro colonia. Immediate come è d'obbligo, si sono avute le smentite degli interessati che parlano di esagerazioni ed equivoci affermando che il trattato sotto accusa è tutto un’altra cosa. Ma quali siano le vere direttive di questi accordi, almeno per ora sulla stampa non ci è dato di sapere.
Tra gli aspetti più inquietanti di questo accordo, sempre se il documento risultasse autentico, sarebbe la fine, o quasi, di ogni protezione della nostra indipendenza commerciale per qualsiasi prodotto.
Ad esempio per quanto riguarda il nostro cibo, l'Europa è all'avanguardia, almeno fino ad ora, per la protezione degli alimenti e l'Italia è ai primissimi posti, mentre negli Usa la catena alimentare prettamente industriale non sembrerebbe seguire i nostri stessi rigidi controlli, tanto da far dire al Guardian Jorgo Riss, direttore di Greenpeace per l'Unione europea in merito agli accordi: “La posizione europea è brutta, ma quella americana è terribile. Si sta spianando la strada a una gara al ribasso negli standard ambientali, della salute e della tutela dei consumatori”.
Le pressioni maggiori, sempre secondo questa divulgazione non autorizzata, riguarderebbero le importazioni di prodotti agricoli e alimentari verso l'Europa e, come rivela il giornale tedesco Sueddeutsche Zeitung: "Washington minaccia di bloccare le facilitazioni sulle esportazioni per l'industria automobilistica europea", non solo, ma allo stesso tempo "Gli americani attaccherebbero i principi fondamentali di precauzione della tutela del consumatore europeo che oggi proteggono 500 milioni di consumatori dall'ingegneria genetica negli alimenti e dalla carne trattata con ormoni".
Tra gli argomenti messi sul tavolo al centro delle discussioni, facendo un breve elenco, troviamo la bevanda classica di gran parte del Vecchio Continente: il vino.
Gli Stati Uniti rifiutano di sostenere la Ue a non utilizzare per i loro prodotti 17 denominazioni "semi-generiche" di vini europei, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, l’ungherese Tokaj, il portoghese Madeira, lo spagnolo Malaga e i francesi Chablis, Sauterne e Champagne, mentre dovrebbero attenersi alle norme d'insieme sui vini e alcool fondate sull'incorporazione degli accordi bilaterali esistenti già elencati nell’accordo del 2006 sul vino altrimenti, per un prodotto in espansione come il vino, specialmente per quello italiano, sarebbe un vero disastro.
Per quanto riguarda i cosmetici qui la situazione trova un vero e proprio muro di inconciliabilità.
Il nodo da sciogliere, tra i tanti, è l'uso dei filtri UV, usati in molti cosmetici che negli Usa devono essere sperimentati, per non correre rischi di poter contrarre il cancro, con test sugli animali, assolutamente vietati dalla regolamentazione europea.
Altro pomo della discordia è la definizione degli standard tecnici.
I controlli della sicurezza in Europa sono sotto l'egida di ben due Comitati: il Cen (il Comitato europeo per la standardizzazione e per le norme in generale) e il Cenelec per le norme elettrotecniche.
Nel documento a cura di Greenpeace si legge che "Gli Stati Uniti insistono affinché i due organismi europei citati coinvolgano esperti statunitensi nello sviluppo del processo di standardizzazione senza però alcuna reciprocità".
Non cambia la musica per quanto riguarda gli appalti pubblici.
"Gli Stati Uniti - sottolinea questa volta la Commissione Europea - non sono stati in grado di offrire risposte o commenti riguardo agli appalti a livello sub-federale, e hanno sottolineato le loro difficoltà e la sensibilità in questo settore".
Ciò nonostante Washington pretende che le misure decise nel partenariato transatlantico siano oggetto di misure vincolanti sia in generale a livello Ue che dei suoi Stati membri, mentre non dice nulla per quanto riguarda gli Stati americani.
Ad esser maliziosi, un' amnesia che sembra dirla lunga sui loro intenti.
Infine, nelle scottanti 240 pagine, per quanto riguarda un settore delicatissimo come quello della finanza e sulle sue regole, l'Europa tende naturalmente per un accordo di reciprocità di informazioni e di cooperazione, mentre gli Usa continuano a opporsi a discutere questo aspetto fondamentale nel Ttip.
Un accordo certamente complesso che dopo tre anni non vede ancora la luce nonostante  che per i suoi promotori è certamente fonte di grande sviluppo tra le due sponde dell'Oceano.
A margine di queste brevi annotazioni ci permettiamo solo di aggiungere, se è vero ciò che pubblica Greenpeace, almeno la reciprocità commerciale sarà bene che venga ribadita con forza dai nostri politici ai tavoli dell'accordo. È un valore che non si può tacere se non vogliamo perdere oltre la libertà economica anche la dignità di un intero Continente.

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