Airbnb

Da Berlino a New York

I limiti legali al social housing
di Giuseppe Bellavia

Dopo un fortissimo trend di condivisione trasversale dalle auto al proprio appartamento arrivano i limiti imposti dai governi di numerose nazioni.
Il diffuso motore di ricerca online che consente a chiunque di locare il proprio appartamento anche solo per poche notti, Airbnb, nato nel 2008 e presente in circa 200 Paesi nel mondo, in nome della tutela della normativa nazionale sulle locazioni è stato recentemente limitato o addirittura boicottato.
La piattaforma, così come quelle dei concorrenti, consente ai turisti di reperire alloggi convenienti in posizioni spesso invidiabili con tariffe di gran lunga inferiori a quelle degli hotel o dei B&B. Le stime della rivista britannica The Economist hanno indicato che quest’anno il mercato dell’house sharing abbia sottratto il 10% dei profitti agli hotel.
Iniziamo la carrellata dei Paesi osteggiatori del sistema da Berlino. La capitale tedesca ha proibito ai proprietari di immobili che non siano titolari di una licenza di locazione di locare, senza una autorizzazione preventiva concessa da parte dell'amministrazione locale. Tale regime normativo ha colpito trasversalmente tutte le piattaforme di social housing facendo registrare delle perdite secche a quanti avevano eletto una simile attività quale primaria occupazione.
A Reykjavik il Parlamento ha proposto una tassa per contrastare e/o limitare la concorrenza ritenuta “sleale” delle locazioni private ad uso turistico (cd locazioni brevi) a detrimento delle strutture alberghiere e del territorio. Nel 2016, difatti, si prevede che l’Isola accoglierà circa 1,5 milioni di visitatori, rispetto agli appena 330 mila residenti.
La regione autonoma della Catalogna ha recentemente multato Airbnb, ed altre sette concorrenti, per 30.000 euro ciascuna per la violazione delle leggi locali in materia di locazione. La Regione spagnola nel 2012 ha introdotto una normativa che impone la registrazione di tutti gli appartamenti affittati per uso turistico presso l’ente preposto che poi trasferirà i relativi dati al ministero del Turismo. La ratio sottesa alla citata normativa rende illecito locare singole stanze all’interno di appartamenti.
La più recente opposizione istituzionale all’house sharing si è svolta nella Grande Mela. La città di New York aveva già ritenuto illeciti gli affitti a breve termine attraverso piattaforme online, ma negli scorsi giorni l’assemblea di stato ed il senato hanno approvato il divieto di pubblicizzare l’affitto del proprio appartamento per periodi inferiori ai 30 giorni.La sanzioni per l’inottemperanza variano da 1.000 a 7.000 dollari. La spinta propulsiva verso tale cambiamento è nata dall’unione di residenti, hotel e agenti immobiliari che hanno lamentato il rialzo del prezzo degli immobili e la crescente difficoltà dei residenti nel reperire appartamenti. I portavoce di Airbnb hanno commentato sulla stampa statunitense che la recente disposizione normativa è il frutto di una cospirazione tra il governo e la lobby degli hotel.
Come recita il brocardo latino, in medio stat virtus, e solo un contemperamento degli interessi di entrambe le parti porterà alla pacifica convivenza tra albergatori e privati che offrono servizi ricettivi. La spinosa tematica interessa un numero crescente di nazioni e nel nostro Paese gli albergatori richiedono da tempo una più stringente regolamentazione di simili attività lamentando un decremento degli introiti con conseguenti ripercussioni sulla stabilità economica delle proprie iniziative commerciali. Ma la recente storia ci ha insegnato che la condivisione e la liberalizzazione, spesso non istituzionalizzate rappresentano una fisiologica risposta alla crisi, permettendo mutui benefici ai privati e spingendo anche gli albergatori ad essere competitivi per qualità dei servizi e costi.

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