Il progresso e la disoccupazione

Grazie alle macchine, un futuro da disoccupati
di Matteo Ricciotti

La maggiore crisi economica che mai si sia abbattuta sul nostro intero pianeta, ha portato l'umanità in un tunnel dove nessuno ancora vede un barlume di luce.
C'è chi incolpa di tutto questo la globalizzazione, la grande finanza, l'euro, la massoneria e perché no, anche gli Ufo, mai però che la colpa sia nostra.
Ad una crisi economica così grave, bisogna aggiungere parallelamente quella occupazionale: la gente non compra, le fabbriche chiudono, la disoccupazione aumenta a livelli post bellici come settant'anni fa, il denaro non circola, insomma un circolo vizioso da cui è difficile uscire.
Come abbiamo accennato la disoccupazione è certamente il male peggiore per una società perché inizio di precarietà economica e di futura povertà.
Qualche dato: a settembre 3,2 milioni di senza lavoro, con tasso al 12,6% ed una disoccupazione giovanile salita al 42,9%, dunque un giovane disoccupato per uno che lavora.
Peccato che per il futuro sarà sempre più difficile trovarlo, qualsiasi sia il governo in carica, non solo da noi in Italia, trova un concorrente imbattibile che prende tutti i posti disponibili: la tecnologia.
Fantapolitica? Secondo i ricercatori dell'università di Oxford il 47 % dei lavori che oggi conosciamo scomparirà nei prossimi due decenni.
Forse è un po' esagerato, ma è assai probabile che nel 2034, grazie ad uno smartphone non ci saranno più bigliettai al cinema o sui treni, diventeranno inutili gli impiegati allo sportello delle Poste o dei bancari, basterà un servizio l'e-banking e addio anche ai vigili urbani con le loro multe, ci saranno agli angoli delle strade telecamere e microchip per farle.
Lavori che sembravano indispensabili, come ad esempio i traduttori, hanno in Google Translator una concorrenza sempre più agguerrita, per non parlare degli insegnanti anch'essi in competizione con le potenzialità dell'e-learning, una realtà che permette grazie ad Internet ad un giovane in un piccolo centro di montagna di seguire i migliori docenti di Harvard invece che uno scadente insegnante locale.
Gli studiosi di Oxford condividono anche l'idea che spariranno i lavori intermedi come quelli di impiegato, con una forbice sempre più ampia tra quelli altamente qualificati o creativi: come ingegneri, programmatori, stilisti, scrittori e quelli con scarse competenze, ma che, fortunatamente per loro, non possono essere delocalizzati o affidati a una app o a un robot come: gli spazzini, i barbieri o le badanti che con la crisi stanno diventando sempre più italiane.
Fino a qualche anno fa la nostra cultura economica si basava sul fatto che la tecnologia avrebbe apportato alle aziende nuova produttività, nuova domanda e nuovi ricavi mettendo in una specie di moto perpetuo la macchina dell'economia.
Anzi, con la tecnologia la disoccupazione non sarebbe esistita e si prendeva in giro il famoso movimento operaista "luddista", dal nome dell'operaio, Ned Ludd, che per primo distrusse per protesta una macchina tessile nell'Inghilterra dell'ottocento perché rubava posti di lavoro. Invece, proprio quelle macchine portarono ricchezza e nuovi posti di lavoro.
Ma oggi non è più così, a distanza di duecento anni pensiamo che Ludd avesse qualche ragione solo che non si può certo tornare indietro e, dunque, toccherà trovare un compromesso tra noi e le macchine, ma l'esito non è scontato, anzi, ci saranno conseguenze sulle retribuzioni non certo entusiasmanti per gli umani.
Davanti ad una competizione durissima e a rimetterci di più saranno quasi sicuramente i lavoratori meno qualificati che vedranno ridursi ancora ulteriormente i loro margini in azienda. Come in un film di fantascienza, avremo una lotta spietata tra l'uomo e la macchina dove rischiamo non solo di perdere, ma di veder scomparire per sempre il lavoro sia fisso che a tempo determinato e quel giorno contro chi potremo scioperare?

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