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Tra le stime dell’inflazione e l’impennata dell’euro

BCE: Draghi tra falchi e colombe
di Gianluca di Russo

La recente riunione del board della Banca Centrale Europea ha determinato quella che sarà la linea programmatica per i prossimi mesi: la “navigazione a vista”, nella speranza che l’euro si “deprezzi” o si “svaluti” nei confronti del dollaro.
Nessuna decisione tecnica è stata affrontata sul tapering, ovvero sul termine di acquisti di titoli di Stato straordinari che la Banca Centrale sta effettuando a ritmi di 60 miliardi al mese, lasciando nell’incertezza operatori e mercati.
Se da un lato il quantitative easing (allentamento monetario)  ha dato respiro alle economie dei paesi periferici e ha ristretto gli spread, garantendo i debiti dei paesi in maggiore difficoltà; dall’altro lato ha portato i tassi di interesse in territorio negativo, con tutto il sistema bancario costretto a sopravvivere in un contesto di redditività nulla, in quel mondo che gli economisti chiamano: deflazione, ovvero la discesa dei prezzi dei prodotti e servizi che capovolge i capisaldi della buona e sana crescita economica.
L’andamento degli ultimi mesi del cambio dollaro-euro, con il biglietto verde che ha sfondato quota 1,20, pone molti quesiti sulla tenuta e sui delicati equilibri interni all’Unione.
Se il dollaro dovesse perdere ancora valore nei confronti dell’euro i primi paesi a soffrire sarebbero Spagna, Irlanda e Portogallo che vedono la loro ripresa economica incentrata sulle esportazioni e non riuscirebbero più, a causa dell’incremento dei prezzi delle loro merci, a controllare il loro debito privato.
I paesi più forti, come la Germania, vivono tensioni interne relative ai dissesti delle loro banche rurali impossibilitate a sopravvivere in un contesto di tassi negativi; con tutto il sistema che augura al banchiere Weidmann di sostituire al più presto il governatore Draghi, manovrando la politica monetaria a favore delle esigenze tedesche.
Le stime dell’inflazione, rivista al ribasso all’1,2% per il 2018, e l’impennata dell’euro, impediscono di fatto ogni tentativo di normalizzazione della politica monetaria se non attraverso azzardi di difficile previsione che metterebbero in seria crisi sociale tutti i paesi periferici.
Le tensioni di inizio anno tra il presidente Trump e la cancelliera Merkel iniziano a prendere forma e corpo nei parametri economici.
La forza degli Stati Uniti di America consente loro di approcciare una politica monetar ia espansiva, togliere linfa alle esportazioni europee e rispondere all’oltranzismo tedesco, che costringe il resto del mondo a comprare beni e merci senza che la “bottega tedesca” faccia altrettanto.
Se l’Europa si attendeva che la locomotiva americana continuasse a garantire un mercato di consumi e afflussi di capitale, non aveva fatto i conti con gli interessi statunitensi, ormai logori dai continui deficit commerciali e mancati consumi europei.
L’attuale andamento del dollaro è la risposta economica dell’amministrazione Trump all’establishment europeo.
In un mondo fatto di equilibri e cooperazione, andare in scontro con l’America non porta a nulla di costruttivo, con evidenti ricadute su progresso e benessere delle società democratiche.

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