Boom Economico (fonte: Pixabay)

Una funzione non applicabile allo scenario economico attuale

C’era una volta la curva di Phillips
di Gianluca Di Russo

Una cinquantina di anni fa, un economista neozelandese, Alban Phillips, mise in relazione l’andamento del tasso di disoccupazione con l’incremento dei prezzi, l’inflazione, variabile da sempre temuta e demonizzata per i mali che procura alla salute delle economie.

Curva di Phillips (fonte Wikipedia)

La “curva di Phillips” (vedi grafico) esprime la relazione inversa, tra gli incrementi di salari e l’incremento generalizzato dei prezzi, tanto che ogni società avanzata si poteva permettere un tasso di inflazione basso o addirittura nullo, a patto di pagarne il prezzo in termini di disoccupazione.
Negli anni ‘70 tutte le economie occidentali hanno sperimentato periodi di alta inflazione e lotte sindacali per agganciare i salari all’incremento dei prezzi, con i vari conflitti distributivi tra capitale e forza lavoro.
Dopo la crisi del 2008, le banche centrali di tutto il mondo hanno iniettato nel sistema ingenti quantità di denaro per calmierare e salvaguardare mercati e imprese, con l’obiettivo di ripristinare condizioni di crescita pre crisi.
L’obiettivo si può considerare raggiunto se consideriamo la ritrovata crescita economica del Pil in tutti i paesi del G8, ma nonostante la piena occupazione in America e Regno Unito, l’inflazione rimane un miraggio, ponendo serie difficoltà sulle decisioni future delle banche centrali.
Nell’analizzare i perché del mancato funzionamento della curva di Phillips nell’attuale scenario economico, appare evidente che le politiche monetarie espansive non hanno effetto sui prezzi se non correlate a politiche di sostegno per i redditi e per i cittadini.
La precarizzazione del lavoro e dei diritti sindacali ha provocato l’azzeramento delle pressioni sui salari, con la conseguente stagnazione in termini di consumi e prezzi, ribaltando le condizioni di funzionamento delle teorie economiche.
Nei paesi europei, soprattutto quelli periferici, lo smaltimento progressivo dell’intervento statale a sostegno dei redditi ha inasprito ancor di più il fenomeno, provocando un’alta disoccupazione, soprattutto giovanile e il perdurare di un’inflazione che non accenna a riportarsi ai livelli sperati.

Redditi e stipendi in percentuale del PIL (fonte: vocidallestero.it)

Appare anacronistico il calcolo degli occupati eseguito attraverso gli standard degli anni ‘80, dove vigevano ancora garanzie e diritti, pensioni e ammortizzatori sociali che sostenevano le fasce più disagiate della popolazione. Negli stessi America e Regno Unito, nella piena occupazione vengono inclusi coloro che lavorano 2 ore settimanali per una paga di 2,5 dollari l’ora, a dimostrazione che i reali tassi di disoccupazione sono molto più elevati, con minori pressioni e rivendicazioni sull’incremento degli stipendi e salari.

Come la storia insegna, la spiegazione è molto più semplice: il conflitto distributivo tra capitale e lavoro, negli ultimi trenta anni, ha visto la supremazia del capitale che, con un punteggio tennistico, ha vinto la partita (vedi grafico), con effetti distorsivi che sono ancora in fase di studio da parte di analisti ed economisti.

Guadagni 1% popolazione più ricca vs 50% popolazione meno ricca (fonte: vocidallestero.it)

L’accentuata iniquità della distribuzione dei redditi a livello mondiale ha portato l’1% della popolazione a guadagnare di più del 50% dei meno abbienti, con ricadute drammatiche sul piano sociale e culturale nei paesi più industrializzati.
La scienza economica osserva e analizza gli eventi, ma è compito della politica disegnare gli ordinamenti collettivi e il benessere dei cittadini.

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