Monete (fonte foto Pixabay)

 Il Valzer delle opinioni

Manovra correttiva
di Gianluca Di Russo

In un quadro macroeconomico in peggioramento, con gli indici della produzione industriale sotto zero, le previsioni del Pil per il 2019 sono riviste al ribasso, intorno allo 0,5%, incompatibili con l’ultima finanziaria approvata dal governo che faceva conto di una crescita all’1,5%.

Di per sé questi freddi numeri possono sembrare un po’ asettici per tutti coloro che non masticano di economia e di regole di bilancio, ma per l’esecutivo italiano si fa difficile la tattica un po’ oltranzista che vedeva l’attesa di venti favorevoli in uscita dalle urne europee di maggio.

Nel prossimo Def (documento di economia e finanza) da presentare a Bruxelles, il governo dovrà illustrare come reperire le risorse per mantenere la promessa di un deficit al 2,04% ed evitare le eventuali clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva che scatterebbero dal 2020.

L’ordine dell’eventuale manovra correttiva potrebbe aggirarsi dai 7 ai 15 miliardi di euro, risorse che andrebbero trovate, in base alle regole di bilancio, con il taglio di spesa, ed il tiki taka tra le due fazioni governative andrebbe sui provvedimenti principe da sforbiciare: il reddito di cittadinanza e la flat tax.

Per ora, sia il presidente del Consiglio Conte sia il ministro Tria gettano acqua sul fuoco, ma sanno bene che dinanzi ai numeri il negoziato con Bruxelles sarebbe complicato, memori della lunga gestazione dell’ultima finanziaria con il deficit preventivo sceso dal 2,4% al 2,04%.

Le conseguenze sulla tenuta del governo sarebbero importanti, con le opposizioni e i media pronti a soffiare sui sottili equilibri che la maggioranza gialloverde ha mostrato sin dall’inizio del mandato.

Se allarghiamo le beghe interne alla situazione internazionale, appare evidente che il calo drastico della produzione tedesca colpisce direttamente la filiera produttiva italiana, ormai legata a doppio filo al manifatturiero teutonico, improntato esclusivamente alla creazione di surplus e alle esportazioni, con la conseguenza di essere sempre più vulnerabili ai mancati ordinativi che arrivano da Usa e Cina, impegnate in diatribe assai complicate.

La storia recente ci ha insegnato che il taglio della spesa pubblica nei momenti di crisi ha danneggiato e ritardato la ripresa, ma le attuali regole europee insistono sulla disciplina di bilancio per ovviare a eventuali situazioni di turbolenze sui mercati finanziari e sull’andamento economico dei vari Paesi.

Mentre la Cina negli ultimi anni ha diminuito il surplus commerciale, puntando molto sulla crescita dei consumi interni, l’atteggiamento del principale Paese europeo rimane orientato all’export, portando con sé le ire dei Paesi vicini e non solo, come le dichiarazioni di Trump dimostrano.

Se, politicamente ed economicamente, il presidente americano avesse la meglio sull’opinione pubblica con un accordo favorevole con la Cina, il prossimo obiettivo sarà sicuramente la Germania e, di conseguenza, tutti noi europei legati alle sorti del mercantilismo.

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