Roma, palazzo ISTAT all'angolo via Balbo - via Depretis (1931) (fonte foto Wikimedia)

Italia, Paese locomotiva della produzione industriale europea

Produzione industriale - Il fanalino di coda
di Gianluca Di Russo

Con l’elaborazione degli ultimi dati Istat, l’Italia risulta il Paese locomotiva della produzione industriale europea. Dopo il +1,9% di gennaio e lo 0,8% di febbraio, il nostro Paese ha contribuito per il 37,5%, prima di Francia (32,2%) e Spagna (18%), all’intera produzione europea.

Dati Istat

Ultima la Germania, fanalino di coda con un contributo negativo del 21%, a testimonianza della crisi del sistema economico tedesco nell’attuale scenario di contrazione economica mondiale. Nel frattempo, la Cina segna a marzo una crescita dell’export del 14,2% su base annua e un calo dell’import del 7,6%.

Dati che svelano le bufale sulla locomotiva tedesca e la zavorra italiana: il modello mercantilista tedesco da quasi 2 anni mostra segnali di debolezza, con l’ultimo indice Pmi (ordini acquisti manifatturieri) di marzo sprofondato sotto quota 45, ben al di sotto delle aspettative, in continuità con i dati dell’ultimo trimestre del 2018. La tendenza alla recessione tedesca ha natura politica ed economica, con lo sfinimento sui parametri di bilancio degli Stati dell’Unione, sbocco principale all’export teutonico, costretti a reprimere consumi e investimenti sull’altare della competitività.

Dati Tradingeconomics.com

L’enorme flusso di denaro sugli asset Usa, azioni e obbligazioni, è l’effetto del morente progetto Euro a trazione tedesca, tradito dalla mancanza di lungimiranza politica sulle basi comuni della cultura sociale europea.

La telenovela Brexit è solo l’ultimo segnale di incompetenza strategica, con i diktat insensati alla terza economia del continente, tra l’altro compratore netto di merci tedesche.

Un Paese che finanzia il suo debito a meno 0,40% e fa di tutto per tagliarlo, privando l’Europa tutta di investimenti, ricerca, innovazione e redditi di certo non potrà assumere il ruolo di locomotiva che negli anni alcuni giornali hanno decantato.

Diventare dipendenti esclusivamente dall’export è da sempre considerato un rischio per le economie sviluppate: se facciamo riferimento all’Australia, con il 30,6% del suo intero export indirizzato verso Pechino, possiamo comprendere come la Cina, infastidita dalla storia Huawei e dall’ostracismo australiano sulle rete 5G, abbia già diversificato e bloccato le importazioni australiane, come ritorsione nei confronti del Paese dei canguri.

Un vecchio motto italico dice che il cliente ha sempre ragione: in un mondo globalizzato, bisogna far attenzione se fare la parte del venditore o compratore. Gli ultimi dati, incoraggianti, ci fanno pensare al famoso trasformismo italico, questa volta in termini positivi.

 

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