Londra: Regina. Foto: Prospero Sapone.

Modelli di sviluppo

La Perfida Albione
di Gianluca Di Russo

La schiacciante vittoria dei Conservatori alle recenti elezioni in Gran Bretagna, con la conferma del premier Cameron alla guida del governo, ha suscitato una reazione euforica dei mercati ed anche una serie di riflessioni sulla natura del successo, soprattutto se inquadrato sulle politiche economiche condotte dai "Tories" nell'ultimo quinquennio.
La stabilità di governo e le favorevoli condizioni per gli investitori esteri sono i fattori che maggiormente hanno pesato sulla positiva reazione dei mercati finanziari, con il probabile mantenimento della linea di politica economica del governo conservatore, costruita sul progressivo taglio della spesa pubblica, sgravi fiscali ed incentivi agli investimenti, flessibilità sui contratti di lavoro.
L'aver ereditato nel 2010 un paese in stagflazione con un rapporto deficit/pil all'11% ed un debito privato altissimo ha posto l'esecutivo inglese dinanzi ad una scelta assai difficile, soprattutto dal punto di vista del consenso elettorale: un programma di tagli di 500.000 posti pubblici, con il conseguente tentativo di recupero dell'occupazione privata, attraverso una deregulation fiscale e burocratica, minimalizzando la presenza dello stato, con una cura di tatcheriana memoria.
In cinque anni i risultati, in termini macro, possono essere riassunti nel dimezzamento del deficit, incremento dell'occupazione (tasso di disoccupazione sceso dall'8% al 5,9%), sostanziale tenuta del Welfare, Pil intorno al + 2,5% nell'ultimo biennio, elementi che sommati hanno dato la conferma al secondo mandato per il primo ministro conservatore, relegando ai margini la rappresentatività dei Laburisti in tutto il territorio.
Tutti i leader europei, fautori dell'austerity, sono saliti sul carro dei vincitori, manifestando a più riprese come la ricetta inglese sia stata già teorizzata ed adottata in Europa, e che solo i ritardi dei governi nazionali stiano impedendo gli stessi risultati.
L'analisi delle questioni britanniche può essere anche intrapresa da altri punti di vista.
Il Regno Unito aveva un debito pubblico bassissimo e l'autonomia monetaria per politiche di aggiustamento del valore della sterlina, che avrebbero potuto indirizzare la politica economica verso piani di investimenti a sostegno dell'occupazione e del Welfare, con un risultato in termini di occupazione e di sostenibilità dello sviluppo altrettanto favorevole, almeno secondo gli economisti di provenienza Laburista.
L'aver impoverito ancora di più quel poco che resta dello stato sociale costringe gli Inglesi a fare i conti con il trattenere ed attrarre sempre di più Investitori esteri, favoriti al momento dalla tassazione agevolata, per creare sempre più occupazione e Pil, e tenere lontane le cassandre anti europeiste.
Il tentativo folkloristico di italianizzare il Cameron pensiero mal si adatta per una serie di tipicità dell'Austerity nostrana: altissima corruzione, burocrazia che ingolfa tutti i processi di efficienza, tassazione sulle imprese a livelli record, clientelismo e lobbies che frenano l'economia di mercato.
Secondo la graduatoria Ocse, l'Italia e la Grecia sono i paesi che hanno fatto più riforme negli ultimi quindici anni. Se i risultati sono quelli che sappiamo, più importante appare il cercare un modello di sviluppo che si adatti alle caratteristiche di un paese ed un territorio e puntare su quei settori che estendano il Made in Italy come etichetta vincente nelle sfide future.

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