No Lost Generation. Fonte: http://www.unhcr.it/risorse/multimedia

Una volta venduti all’asta, che fare con i rifugiati siriani?
Analisi di Baher Kamal * - Human Wrongs Watch
leggi in [esp] [eng]

Col permesso dell'Autore e dell'Editore pubblichiamo questo articolo, già pubblicato su Other News

MADRID, 13 GENNAIO 2016 - Qualche mese fa, una singolare “asta umanitaria” ha avuto luogo negli uffici della Commissione europea a Bruxelles, dopo aver visto l'immagine del corpo di un bimbo siriano di tre anni che il mare aveva gettato sulla costa turca. L'“Asta” doveva decidere il numero di profughi siriani da aggiudicare a ciascun paese dell'Unione europea (UE). La Germania vinse il lotto più grande.
Ma prima di prendere una decisione definitiva, alcuni dei paesi europei meno abbienti si affrettarono a mostrasi reticenti. “Stiamo cercando di superare la crisi; abbiamo una percentuale molto elevata di disoccupati; un enorme deficit...”, cercavano di spiegare le autorità spagnole, per esempio, con formule diplomatiche.
La decisione della UE ha poi scatenato un'ondata di polemiche politiche. Alcuni leader conservatori, come il Primo Ministro ungherese Viktor Orban, avrebbero messo in guardia contro questo “tsunami” di mussulmani che minaccia di attaccare “la nostra civiltà cristiana”.
Altri, come il miliardario americano e candidato presidenziale repubblicano Donald Trump, si sono affrettati a chiedere un divieto totale di ingresso nel paese di tutti i musulmani.
Il fattore manodopera
Intanto, gli esperti di mercato del lavoro starebbero sostenendo che il cosiddetto processo di “selezione naturale” risolverebbe il problema, vale a dire, che i mercati del lavoro assumerebbero quei profughi qualificati come manodopera non costosa, mentre quelli non qualificati finirebbero con l’essere immigrati clandestini senza documenti e, quindi, facili da rimpatriare.
Ma questo argomento non è stato sufficiente a calmare il panico che molti politici e molti media hanno inculcato nei cittadini europei.
Un altro argomento utilizzato da quegli esperti è il fatto che la popolazione europea continua a invecchiare senza la necessaria sostituzione demografica, il che si traduce in più beneficiari di pensioni e meno contribuenti alla ricostituzione del bilancio delle pensioni.
Tutto questo, naturalmente, a margine delle convinzioni umanitarie.
E' successo quando l'Unione europea, guidata dalla Germania, ha deciso di fornire assistenza finanziaria ai paesi “ospitanti” meno abbienti (6.000 euro per rifugiato) che i più restii hanno accettato l'accordo. E la Spagna, che ha accettato di ospitare tra 14.000 e 16.000 rifugiati, ha festeggiato un paio di settimane fa, l'arrivo dei primi 14.
Il nuovo inferno
Nel frattempo, i media diffondevano decine di immagini drammatiche e tragiche storie sulle chilometriche barriere di filo spinato e concertine costruite da alcuni Stati dell'Europa orientale; la cosiddetta “Jungle di Calais” in Francia; centinaia di profughi bloccati alla frontiera; l'arrivo del freddo invernale, o le morti quotidiane di decine di esseri umani nelle coste greche.
Poi è arrivata la brutale, disumana, atroce strage di civili francesi il 13 novembre per mano di terroristi jihadisti; gli attacchi immediatamente precedenti contro la popolazione inerme in Libano e ancora prima in Tunisia e poi la vigilia del nuovo anno nella città tedesca di Colonia, per non parlare dell'uccisione quotidiana di innocenti in Egitto, Iraq, Siria e Turchia, tra gli altri.
Tutto questo ha creato problemi interni a diversi leader europei, tra cui il cancelliere tedesco Angela Merkel, oltre ad alimentare ancor più il panico indotto tra i cittadini europei.
Così, le convinzioni umanitarie europee sono andate lentamente sgretolandosi.
Un magazzino di rifugiati in Turchia
Improvvisamente si è trovata una “soluzione”: l'Unione europea ha invitato la Turchia a mantenere rifugiati siriani sul proprio territorio o dentro le sue frontiere, contro il pagamento di 3miliardi di euro e la promessa di scongelare il processo bloccato dei negoziati con Ankara per la possibile integrazione nel club europeo.
In altre parole: trasformare la Turchia in un “magazzino” di rifugiati siriani, fino a che...
I fatti sono fatti
Alcuni fatti nel frattempo:
– Il numero di profughi siriani supera ormai 4,5 milioni, secondo l'ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Questa cifra non comprende circa 7,5 milioni di sfollati interni, vale a dire, i rifugiati nel loro stesso paese. Il totale rappresenterebbe più del 50 per cento dei 23milioni della popolazione siriana;
– Il numero di profughi siriani all’“asta” in Europa rappresenterebbe solo un quinto dei 4,5 milioni di vaganti sul suolo europeo;
– Il numero dei rifugiati siriani che effettivamente potrebbe rimanere alla fine in Europa è stimato a scendere sotto il 15 per cento di questi 4,5 milioni;
– Il resto, cioè l’85 per cento dei 4,5 milioni di rifugiati siriani sono attualmente distribuiti in Medio Oriente, in paesi arabi poveri e / o instabili come il Libano (oltre un milione di rifugiati cioè un quinto della sua popolazione totale), il turbolento Iraq e la Giordania, dove il campo Za'atri rappresenta la quarta “città” più popolosa del paese;
– La maggior parte degli aiuti e dell’assistenza umanitaria provengono dalle deficitarie risorse dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) o dalle organizzazioni della società civile;
– Gli europei stessi sono stati rifugiati durante e dopo la seconda guerra mondiale, con cifre superiori a quelle dei rifugiati siriani;
– Il lavoro umanitario del Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF) è cominciato all'indomani della seconda guerra mondiale e alla metà degli anni ‘50, milioni di bambini europei hanno ricevuto aiuti umanitari.
E ora che cosa?
Cosa fare ora con questi 4,5 milioni di profughi siriani?
Dopo quasi cinque anni di guerra che è già costata la vita a oltre 300.000 persone; di pesanti bombardamenti da parte di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia; di sperimentazione degli ultimi modelli di “droni” (velivoli senza equipaggio) sul terreno e tragedie umane per più della metà della popolazione del paese, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’improvviso ha reagito.
Così, le cinque maggiori potenze militari del mondo (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina), hanno adottato il 18 dicembre la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2254 (2015) che istituisce un “tabella di marcia” per il processo di pace in Siria, e un calendario per i colloqui, mediata dalle Nazioni Unite tra il regime di Bashar al Assad ed i gruppi di “opposizione”.
Tutto è accaduto molto rapidamente, tanto che l'inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, ha già fissato una scadenza il 25 gennaio per l’avvio a Ginevra dei colloqui tra le parti.
La “road map” parla di molte cose, tra cui delle le elezioni “libere” entro 18 mesi.
Nessuna menzione esplicita, però, del destino dei 12 milioni di rifugiati nel proprio paese o nelle terre e nei mari del mondo, nessuno dei quali già sa cosa fare o dove andare.
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* Giornalista spagnolo di origine egiziana, con una vasta esperienza internazionale. Fondatore e direttore del sito Human Wrongs Watch (human-wrongs-watch.net)

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