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Diritto all’aborto: sciopero generale delle donne polacche

Aborto nella terra di Wojtyla
di Giovanni Capozzolo

Lo sciopero generale del 3 ottobre polacco – “Black Monday” – ha visto, per le strade di Varsavia e in tutto il paese, la protesta di migliaia di donne, in abito nero, contro la legge che prevede il divieto assoluto di aborto e il carcere per chi lo pratica.
Le donne polacche hanno incrociato le braccia contro la proposta di legge: studentesse, casalinghe, lavoratrici si sono prese la giornata libera dai loro studi, dalle loro mansioni e dai loro lavori con l’obiettivo di dimostrare il loro necessario ruolo all’interno della società polacca; quindi protagoniste attive per l’esecuzione di ogni processo politico che le riguarda: primo fra tutti il diritto all’aborto.
Il Black Monday polacco ha riproposto il modello di sciopero generale impugnato dalle donne islandesi nel ’75. Il 24 ottobre 1975 il 95% delle donne islandesi aderì allo sciopero lanciato dal movimento femminista, Calze rosse: lavoratrici, madri, mogli, studentesse e figlie, borghesi e proletarie, tutte (o quasi) le donne d’Islanda quel giorno si fermarono per chiedere la parità salariale e per dimostrare a se stesse e al mondo l’importanza del loro contributo.
Lo sciopero delle donne polacche arriva sulla scia del dibattito parlamentare di venerdì scorso, 30 settembre, in merito alla proposta di vietare del tutto l’interruzione volontaria di gravidanza, come già succede a Malta e nella Città del Vaticano. La proposta di legge fu avanzata in Parlamento la primavera scorsa, con 450mila firme, dal movimento cattolico Ordo Iuris con l’appoggio della destra polacca che mira a stralciare le poche eccezioni che consente l’aborto in Polonia. L’attuale legislazione polacca, estremamente limitata, spinge le donne polacche a recarsi all’estero per interrompere la gravidanza. Infatti la legislazione del ‘93, frutto di un accordo tra lo stato e la chiesa, consente l’aborto solo in casi eccezionali e solo entro la dodicesima settimana di gravidanza: danni irreversibili del feto, grave stato di salute della madre, gravidanza concepita a seguito di un incesto o stupro.
La proposta di legge avanzata dalle fazioni più integraliste del cattolicesimo polacco esige il divieto assoluto dell’aborto, secondo il principio per cui la vita inizia al momento del concepimento e dovrebbe essere protetta fin da subito. Sulla pratica dell’aborto volontario continuano a rappresentare, in Polonia, un dogma irremovibile le parole di Giovanni Paolo II: «È vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente». Più delle sue parole, la figura stessa di Giovanni Paolo II rappresenta per la chiesa e la società polacca un dogma irremovibile.
La Polonia era sempre stata, fra le “democrazie popolari” dell’est, la più refrattaria all’imposizione del modello comunista. La chiesta cattolica in Polonia, dopo l’ascesa nel ’78 del polacco Karol Wojtyla al soglio pontificio, svolse un ruolo decisivo nel difendere l’identità nazionale e per la lotta contro il comunismo.
Tutt’ora la chiesa cattolica, come dimostra il tema dell’aborto, continua a rappresentare una forza determinante nell’influenzare la società polacca: quasi il 90% della popolazione si dichiara appartenente alla chiesa cattolica. Ciò nonostante il black monday femminile sul diritto all’aborto lancia un, inequivocabile, segnale sulla volontà di combattere le fazioni e i dogmi più intransigenti della chiesa cattolico romana.

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