Fonte: https://www.whitehouse.gov/administration/vice-president-biden

USA-Russia: il grande freddo
di Diego Grazioli

L'annuncio del vicepresidente americano Joe Biden di un'offensiva informatica tesa a svelare gli affari sporchi del Cremlino, è solo l'ultimo atto dell'escalation di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia.
Dalla questione ucraina, alla guerra in Siria, passando per le rivelazioni diffuse da hacker russi sui comportamenti tenuti dalla candidata presidenziale Hillary Clinton, sono tanti i dossier che negli ultimi anni hanno scavato un solco profondo tra le due massime potenze planetarie.
Una frattura destinata ad acuirsi dopo la decisione della NATO di schierare proprie truppe in Lettonia, a pochi chilometri dal confine russo. Probabilmente è stato proprio l'allargamento ad est del blocco occidentale, avvenuto dopo la caduta del muro di Berlino, a segnare l'inizio del nuovo duello tra Washington e Mosca.
All'epoca sullo scranno più alto di Mosca sedeva Boris Eltsin, l'artefice del passaggio dall'agonizzante Unione Sovietica alla moderna Russia. Un leader debole, impegnato a ridisegnare una nazione che dopo settant'anni di comunismo versava in condizioni drammatiche.
E l'Occidente ne approfittò, facendo entrare nella sua sfera d'influenza paesi che fino al giorno prima erano integrati nel sistema comunista. Uno schiaffo per un popolo da sempre connotato da un'indole orgogliosa con venature imperialiste che si legò al dito l'affronto subito in attesa del momento giusto per riaffermare la propria supremazia.
Con l'avvento al Cremlino di Vladimir Putin la musica cambiò. Nei primi anni del suo potere l'ex ufficiale del KGB si è preoccupato di mettere in sicurezza l'economia e lo stato sociale del proprio paese per poi sferrare l'offensiva culminata con la presa della Crimea e l'intervento in grande stile in Siria.
Ma la strategia del Cremlino non si limita solo a scorribande militari, la vera sfida che Putin ha deciso di intraprendere contro l'Occidente è una guerra asimmetrica dove il teatro d'azione non è più solo il tradizionale campo di battaglia ma l'intero sistema di relazioni internazionali che l'America nell'ultimo decennio ha saputo disegnare a proprio piacimento. L'ospitalità fornita ad Eduard Snowden, l'analista dell'NSA, che ha reso noto lo spionaggio globale messo in atto dagli Stati Uniti ai danni di leader di mezzo pianeta è uno dei capitoli di questa tattica.
C'è stata poi la rivelazione di documenti riservati appartenenti ad Hillary Clinton in grado di mettere in difficoltà la candidata democratica alla Casa Bianca e l'utilizzo del doping per far vincere gli atleti russi nelle competizioni internazionali. Una guerra a bassa intensità ma a tutto tondo dunque che sta compromettendo la pace in diverse regioni del mondo, Europa compresa.
In attesa che i cittadini americani esprimano il loro prossimo leader è il vecchio continente che deve farsi mediatore tra le due grandi potenze in questo drammatico momento.
Un'ambizione che però non sembra nemmeno sfiorare i grandi d'Europa più preoccupati a non urtare l'alleato americano che non a tutelare i propri interessi e quelli delle generazioni future.

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