Il presidente russo Putin e quello egiziano al-Sisi, dal sito di Vladimir Putin en.putin.kremlin.ru

Putin e gli equilibri geopolitici della regione

Mediterraneo, il gioco di Mosca
di Diego Grazioli

Mentre gli Stati Uniti scontano l’immobilismo dovuto alla transizione dall’amministrazione Obama a quella del neopresidente Trump, impegnato nella messa a punto della sua squadra di governo, la Russia di Putin si sta muovendo per rafforzare la sua influenza nel Mediterraneo. Dopo aver consolidato la presenza di unità della marina russa in Siria con l’ampliamento della base navale di Tartus, il Cremlino ha aperto un canale con l’Egitto di al-Sisi (il presidente salito al potere nel 2013 con un colpo di stato militare) inviando nel paese nordafricano un contingente militare formalmente destinato nella lotta contro le milizie dello Stato islamico in Libia, ma in realtà preludio di un’alleanza a lungo termine sul modello siriano.
Dall’inizio della scorsa settimana sono arrivate in Egitto delle unità speciali di paracadutisti che dovranno partecipare alle manovre congiunte tra i due eserciti, iniziate a novembre e che vedono già la presenza di unità meccanizzate dell’esercito di Mosca. Al-Sisi ha inoltre affidato alla compagnia pubblica russa Rosatom lo studio di fattibilità di una centrale nucleare da costruirsi a Dabaa, sulla costa mediterranea, un progetto che – se portato a termine in tempi celeri – potrebbe emancipare l’Egitto dalla dipendenza energetica che al momento sconta nei confronti dell’Arabia Saudita, con la quale i rapporti si sono recentemente deteriorati a causa dell’appoggio fornito da Riyad alle milizie islamiche che combattono in Siria.
Su questo fronte sono stati avviati dei protocolli d’intesa militare tra Il Cairo e Damasco in vista di un impiego – a fianco del presidente siriano Assad – di reparti di elicotteristi egiziani e più in generale di truppe a supporto del governo lealista. Un’alleanza destinata a modificare profondamente gli equilibri regionali, che andrebbe a toccare la zona d’influenza della Turchia, già messa alle strette dall’avanzata delle milizie curde lungo il confine meridionale.
Da tempo i rapporti tra al-Sisi ed Erdogan sono all’insegna della tensione più acuta, con l’inquilino di Ankara ancora bruciato per la defenestrazione dell’ex-presidente Mohamed Morsi e per la repressione nei confronti dei Fratelli musulmani, alla quale famiglia lui stesso appartiene. C’è poi la questione dell’asilo concesso dal presidente egiziano ai militari turchi coinvolti nel golpe di luglio, tutti elementi che hanno fatto precipitare le relazioni tra i due paesi, entrambi smaniosi di far sentire la propria influenza nello scacchiere mediorientale.
Infine, la scorsa settimana, c’è stata la visita del generale libico (filo-egiziano) Khalifa Haftar a Mosca, dove è stato ricevuto dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov e da quello della Difesa Sergej Shojgu. Incontri che in qualche modo hanno sdoganato definitivamente il leader delle milizie di Bengasi come possibile futuro leader libico, in contrapposizione con il governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale e sponsorizzato dalla NATO.
Un Mediterraneo in pieno fermento, dunque, con il presidente russo intenzionato più che mai a far sentire la propria voce e soprattutto la sua influenza militare.

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