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Cambiamento di rotta della politica estera di Trump?

USA: il primo viaggio di Trump
di Diego Grazioli

Il primo viaggio all'estero di Donald Trump ha assunto il valore di un manifesto programmatico destinato a definire la linea strategica degli Stati Uniti nei confronti del mondo per il prossimo quadriennio. La scelta del presidente americano è stata quella di recarsi nei paesi culla delle religioni monoteiste cioè: Arabia Saudita, Israele e Vaticano, oltre ad effettuare una visita a Bruxelles, sede della commissione europea, prima di partecipare al G7 di Taormina in programma il 26 e 27 maggio prossimi.
Di questo simbolico viaggio è stata la tappa a Ryad ad avere avuto un peso specifico speciale, perché ha ribaltato l'assioma geopolitico che aveva contraddistinto la presidenza Obama nel suo mandato.
Trump, accolto con tutti gli onori dal re saudita Salman, non ha parlato di valori universali che accomunano tutti i popoli del mondo ma ha voluto ribadire il valore delle specificità di cui ciascun paese è portatore. Un chiaro messaggio di appoggio a Ryad, capofila delle monarchie oscurantiste del Golfo, impegnate in un conflitto a bassa intensità con l'Iran e gli altri paesi sciiti della regione.
Trump nel suo discorso davanti ai notabili sauditi ha tenuto a rimarcare di non essere venuto a dare lezioni ma a costituire alleanze stabili per combattere il terrorismo "con ogni mezzo e dovunque questo si manifesti". Sul piatto della rinnovata intesa con Ryad, gli Stati Uniti hanno concesso anche forniture militari per oltre 100 miliardi di dollari che andranno a rinfoltire gli arsenali sauditi, imprimendo così un vantaggio strategico militare a favore dell'asse sunnita che avrà effetti duraturi in tutto il Medio Oriente. Con questa mossa, oltre ai lauti guadagni per le aziende americane che operano nel settore, il tentativo dell'amministrazione Trump è quello di compensare il mondo sunnita delle sconfitte geopolitiche patite nell'ultimo decennio. Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, infatti, l'Iraq è governato dalla maggioranza sciita (cosa mai avvenuta nella storia del paese), mentre in Siria il governo alauita, apertamente ostile alle monarchie del Golfo, si regge in virtù dell'appoggio iraniano e russo.
Dopo il rilancio di Trump, proprio la Russia è chiamata a rafforzare il suo ruolo strategico nella regione, magari offrendo all'Iran gli stessi mezzi militari concessi da Washington a Ryad. Se così sarà, siamo di fronte ad un'escalation destinata a sconvolgere la pace mondiale, visto che le potenze coinvolte in questo non improbabile conflitto, sono le maggiori detentrici di riserve d'idrocarburi del pianeta.
C’è un altro fattore che potrà avere effetti estremamente importanti per gli equilibri regionali e cioè l'apertura di una nuova fase di relazioni tra i paesi del golfo ed Israele. Da tempo sono al lavoro sherpa sauditi ed israeliani che avrebbero messo a punto dei trattati che consentirebbero agli aerei con la stella di Davide di fare scalo negli aeroporti del Regno oltre a nuove normative per l'accesso nei paesi della penisola di tecnici israeliani.
Una piccola rivoluzione diplomatica, destinata però a scardinare il maggior tabù che dalla fondazione di Israele contraddistingue il mondo arabo: il riconoscimento dello stato ebraico.

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