Spianata delle Moschee, Gerusalemme – Photo by Maurizio Pesce

Gerusalemme: la rivolta della spianata delle moschee
di Diego Grazioli

La decisione del governo Netanyahu di rimuovere i metal detector dalla Spianata delle Moschee ha abbassato la tensione che da giorni aleggiava sui luoghi santi di Gerusalemme.
L'installazione dei varchi di sicurezza era avvenuta il 14 luglio, dopo l'aggressione mortale ai danni di due soldati israeliani da parte di un'attivista palestinese e aveva innescato una spirale di violenza che rischiava di infiammare tutto il Medio Oriente. Da quel giorno infatti sono state almeno sette le vittime degli scontri tra israeliani e palestinesi. Un bilancio pesante ma che poteva essere ben più grave senza una decisione di buon senso da entrambe le parti.
Un appello alla calma e alla moderazione era stato espresso anche da Papa Francesco nell'Angelus di domenica, ma sono state le durissime prese di posizione dei paesi arabi ad ammorbidire la linea di Tel Aviv, con il premier Netanyahu costretto a silenziare i membri del suo esecutivo indisponibili alla trattativa.
La questione dei controlli di sicurezza nel terzo luogo santo dell'Islam infatti aveva di fatto messo nell'angolo il governo israeliano, sul quale erano piovute fortissime critiche non solo da parte dei leader delle nazioni confinanti, ma da tutta la galassia dei paesi musulmani comprese le autorità religiose, a cominciare da Sheikh Najeh Bakirat della moschea di al-Aqsa, la più grande di Gerusalemme.
La giurisdizione sui luoghi santi della città simbolo di tre religioni è da sempre un tema rovente sul quale si sono innescate tensioni ed addirittura guerre. Non sorprende dunque, che la linea politica di Netanyahu si sia ammorbidita nonostante l'irrigidimento delle frange più radicali della società israeliana, a cominciare dalla fazione dei coloni e dei fondamentalisti religiosi. Come sempre avviene nello Stato Ebraico però, la parola definitiva riguardo alle questioni che possono mettere in discussione la sicurezza nazionale è quella dell'esercito e dei servizi di sicurezza.
Non a caso infatti, il Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot aveva invitato l'esecutivo a non prendere decisioni che avrebbero esacerbato gli animi dei fedeli musulmani di mezzo mondo, dal Marocco all'Indonesia. Dal canto suo il Presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen aveva fatto sentire la propria voce, decidendo di congelare il coordinamento tra le forze di sicurezza dei due paesi che negli ultimi tempi aveva dato una parvenza di tranquillità alla Cisgiordania.
Proprio nei territori occupati era avvenuta un'operazione che aveva portato in carcere 29 esponenti di spicco di Hamas ritenuti da Tel Aviv responsabili dell'ondata di violenze e che da sempre contendono la leadership palestinese allo stesso Abu Mazen. Archiviata, per ora, la fase più critica di questa settimana di tensioni resta impellente riannodare il dialogo tra il governo israeliano e i rappresentanti del popolo palestinese per dare un futuro di pace e giustizia ad una terra dilaniata da troppi anni di guerre e rivolte.
Un auspicio che per concretizzarsi avrà il bisogno dell'aiuto di tutta la comunità Internazionale, rimasta per troppo tempo silente riguardo lo status definitivo di questo luogo conteso.

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