Il presidente Trump annuncia l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima, foto della Casa Bianca, Washington, 1 giugno 2017

Uscire dall’accordo di Parigi sul clima ma rimanere nella Convenzione COP

Trump e il clima: vorrei ma non posso
di Massimo Predieri

Nella campagna elettorale per le presidenziali dell’anno scorso, Donald Trump aveva violentemente attaccato l’accordo di Parigi sul clima. Secondo la sua propaganda, la questione del riscaldamento globale è soltanto una “balla” messa in circolazione dai cinesi per danneggiare l’economia degli Stati Uniti.

Dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Trump ha dovuto dare seguito alle sue promesse elettorali. In una conferenza stampa del 1° giugno 2017 ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi presi a Parigi. L’annuncio è stato accolto con giubilo dai sui sostenitori, ma fermamente criticato da molti politici e governatori americani, anche del partito repubblicano. Un video di forte critica a Trump dell’attore e ex governatore della California Arnold Schwarzenegger è diventato virale sulla rete.

Ovviamente l’abbandono dell’accordo di Parigi sul clima non può essere sancito con una conferenza stampa. La procedura di disdetta di un accordo internazionale formalmente sottoscritto dal presidente americano in carica prevede lunghe e complicate trattative. Analogamente ai problemi che affronta il governo del Regno Unito nell’ambito della Brexit, anche per l’amministrazione Trump si presenta il dilemma di uscire dall’accordo sul clima pur tuttavia continuando a partecipare agli incontri della COP (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) per non rinunciare a “tutelare gli interessi dell’America”.

Alcuni dei maggiori esperti che hanno partecipato al RomeSymposium 2017 sul Cambiamento Climatico si sono espressi sulla domanda posta da Bill Becker, direttore esecutivo del Progetto Presidenziale di Azione per il Clima (PPAC): “Non dovrebbero gli Stati Uniti essere relegati allo status di osservatore, piuttosto che continuare a partecipare attivamente alla Convenzione COP e agli incontri collegati?”

Gli Stati Uniti sono pur sempre un membro nelle Nazioni Unite e siedono come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, fa notare Fred Dubee, esperto internazionale della green economy e bio-diversità.

Ayman Cherkaoui, consulente speciale per i negoziati alla COP 22 in Marocco, indica le due opzioni degli USA per uscire dagli accordi di Parigi: uscire dalla Convenzione COP o uscire solo dall'accordo di Parigi. L'attuale amministrazione ha scelto la seconda strada. La prima opzione dovrebbe passare per il Senato degli Stati Uniti, che ratificò la Convenzione a suo tempo, mentre l’accordo di Parigi fu approvato dall'allora Presidente Barack Obama, che ne era un forte sostenitore.

Per ora gli Stati Uniti continueranno ad avere pieni diritti per quanto riguarda sia la progettazione che l'attuazione del piano di lavoro dell'accordo di Parigi, afferma Cherkaoui, fino a quando non notificheranno formalmente all'ONU della loro intenzione di lasciare l'accordo, dopo un periodo di tre anni dalla data della sua entrata in vigore e di validità. Nel caso degli Stati Uniti questo ci porta al 4 novembre 2019. Tale processo richiede un anno, che ci porta al 4 novembre 2020, una data che sarà cruciale per il ciclo elettorale statunitense. Il 3 novembre 2020 infatti si terranno le prossime elezioni presidenziali.

Il termine per la progettazione del piano di lavoro dell'accordo di Parigi, che le parti hanno concordato durante la COP 22 a Marrakech, è il 2018. Pertanto, è molto probabile che, in realtà, gli Stati Uniti saranno a pieno titolo un membro dell'accordo di Parigi quando verranno prese decisioni critiche sul piano di lavoro.

Per quanto riguarda la Convenzione COP nel senso lato, non esiste una dichiarazione formale di intenti di abbandono degli USA, contrariamente a quanto viene detto, ricorda Cherkaoui. L'amministrazione di Trump è in verità contraria a molte decisioni della COP precedenti l'accordo di Parigi, ad esempio il Green Climate Fund istituito nel 2010.

Questa situazione leggermente bizzarra è dovuta al fatto che l'Accordo di Parigi è entrato in vigore molto più velocemente di quanto previsto, afferma Cherkaoui. Le disposizioni che regolano il processo di uscita sono in realtà abbastanza standard nei trattati internazionali, ciò che è stato eccezionale è la velocità con cui è entrato in vigore l’accordo di Parigi. Abbiamo salutato recentemente la Convenzione Minamata sul mercurio, ci sono voluti 4 anni perché entrasse in vigore. Il Protocollo di Kyoto ha impiegato 8 anni. L'accordo di Parigi ci ha messo meno di un anno.

Bill Becker ha posto la questione perché pensa che gli Usa dovrebbero pagare un prezzo per la decisione di Trump, in base al vecchio detto: "Se non partecipi al gioco, non puoi dettare le regole". Becker trova inadeguato che gli Stati Uniti possano continuare a partecipare all’accordo di Parigi ed esercitare la loro influenza sulle sue scelte, mentre Trump revoca sistematicamente tutte le politiche e i programmi di Obama per la riduzione delle emissioni di gas serra.

L’ambientalista, politica e giornalista Grazia Francescato, conferma che la COP 23 di novembre prossimo a Bonn sarà molto interessante soprattutto per la imprevedibilità del presidente Trump. Sarà necessario costruire una Coalizione della volontà capace di promuovere l'attuazione dell’accordo di Parigi anche negli stati e nelle aree metropolitane del Nord America per controbilanciare le strategie dell'amministrazione Trump e andare avanti con o senza di essa.

Trump alla fine verrà punito dal suo ego sterminato che gli impedisce di capire la complessità della realtà e lo porterà ad un progressivo isolamento più velocemente di quanto pensiamo, sostiene la Francescato. Ayman Cherkaoui ne vede già degli indizi nel recente G20.

La Francescato, citando una fonte diplomatica, prevede che probabilmente il prossimo presidente americano eletto nel 2020 non sarà Trump, ma un democratico. Paradossalmente sarà lui ad interrompere il processo di uscita dall’accordo di Parigi.

Più prudente è Roberto Savio, cofondatore di Inter Press Service (IPS) , che riferisce di un sondaggio in base al quale gli elettori di Trump lo voteranno nuovamente "non importa cosa faccia". Un 35 per cento di loro dice che dovrebbe riempire la Casa Bianca con i suoi  parenti, per la sua sicurezza, e un 30 per cento non vede la necessità delle prossime elezioni. Anche se Bannon, il suo unico vero ideologo, è uscito dalla Casa Bianca, ma non dalla politica, Trump conosce bene il suo elettorato e continuerà a tenerne conto. La eventualità di un secondo mandato di Trump apre degli scenari completamente diversi.

Fred Dubee aggiunge che la questione del rapporto di Trump con il suo elettorato nazionalista di destra si è arricchita di una divertente scenetta durante l’eclissi solare: sul balcone della Casa Bianca il presidente guardava direttamente il sole, mentre gli assistenti lo invitavano invano a non guardare senza protezione. Potrebbe essere stato un momento di follia oppure un segnale ben calcolato, una dimostrazione della sua forza alla sua base, e del fatto che Trump ha poco rispetto della scienza.

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