Port of Dhaka. By Tanima Nasrin - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39488281

Myanmar: il dramma del popolo Rohingya
di Diego Grazioli
Remise du Prix Sakharov à Aung San Suu Kyi par Martin Schultz au Parlement européen à Strasbourg le 22 octobre 2013.Di Claude TRUONG-NGOC - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35939918

Continua il disperato esodo del popolo rohingya in fuga dalle violenze del regime birmano. Solo nelle ultime due settimane almeno 300 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana del paese sono fuggite in Bangladesh lasciando alle proprie spalle i loro miseri averi.
Una persecuzione che va avanti da decenni ma che negli ultimi tempi si è acuita sfociando in un vero e proprio genocidio che sta facendo indignare la comunità internazionale. Un'indignazione aggravata dal fatto che il Myanmar è guidato politicamente da Aung San Suu Kyi, la pasionaria dai modi gentili e dal carattere di ferro, insignita nel 1991 del premio Nobel per la Pace per la sua battaglia contro il regime militare.
A Londra e nelle principali città del Commonwealth da giorni sono in corso manifestazioni che chiedono a gran voce alla leader birmana d'intervenire per fermare il massacro di civili innocenti, pena la perdita del prestigioso riconoscimento e soprattutto della reputazione di paladina dei diritti umani.

Benjamin Lewin

Anche un altro premio Nobel per la Pace, l'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, si è appellato direttamente alla leader birmana affinché si impegni con decisione per far cessare immediatamente le violenze. Una richiesta finora inascoltata che sta facendo sorgere inquietanti interrogativi sulle ragioni che spingerebbero Aung San Suu Kyi a non agire.
Analisti specializzati in questioni asiatiche ritengono che presumibilmente il motivo dell'impasse sia dovuto al fatto che la leader birmana abbia come imperativo politico la transizione democratica del paese, ancora controllato per buona parte dalla fazione che fa capo all'esercito, e che un suo diretto intervento in merito alla questione del popolo rohingya possa innescare un nuovo golpe militare.
Ma c'è un'altra ipotesi, ben più inquietante, sulla mancata presa di posizione della donna forte di Rangoon. In un'intervista di qualche anno fa, Aung San Suu Kyi sostanzialmente delineava lo scenario di una guerra civile in corso nella sua terra, nella quale entrambe le parti in causa, ovvero l'etnia maggioritaria bramar di fede buddista e quella minoritaria dei musulmani rohingya, erano responsabili delle violenze e solo la maggiore potenza di fuoco delle truppe governative era causa dei massacri di quei giorni.

Benjamin Lewin

C'è infine una terza plausibile ragione ad influire sull'atteggiamento del governo birmano e riguarda la dislocazione geografica del popolo rohingya. Questa etnia infatti vive lungo la striscia di territorio che si affaccia sul golfo del Bengala, una zona dalle enormi potenzialità economiche soprattutto in vista di uno sviluppo turistico. La pulizia etnica sarebbe dunque il mezzo per prendere possesso di questa area e farne nel prossimo futuro un paradiso per i visitatori di mezzo mondo.
Qualunque siano le motivazioni di questo genocidio, urge da parte di tutti una presa di posizione in favore di questa etnia di disperati, magari cominciando proprio da un boicottaggio del turismo internazionale diretto in Myanmar.

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