Destroyed neighborhood in Raqqa in August 2017. By Mahmoud Bali (VOA) - US-backed Forces Press Deeper Into Southern Raqqa City, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61719487

Siria: la caduta di Raqqa
di Diego Grazioli

Dopo mesi di estenuanti combattimenti, Raqqa, la capitale dello Stato Islamico in Siria, è caduta. A conquistarla una coalizione di curdi e arabi appoggiata dagli Stati Uniti, denominata SDF, Syrian Democratic Forces, che ha accerchiato le milizie del Califfato con una manovra a tenaglia, arrivando infine nel cuore della città. Una liberazione accolta con sollievo dalla popolazione martoriata da anni di soprusi, commessi nel nome della visione più intransigente e anacronistica dell'Islam.
La legittima soddisfazione per migliaia di cittadini di etnia araba si sta però trasformando in una fonte di preoccupazione dovuta all'egemonia che le forze combattenti curde stanno esercitando a tutti i livelli della gestione del territorio. Per capire lo stato d'inquietudine della popolazione araba sunnita, da sempre maggioritaria in questa regione, basta osservare la foto simbolo della riconquista della città.

https://www.ypgrojava.org/english: YPG | English Milizie dell'YPG, l'unità di protezione popolare curda

Nell'immagine, che ritrae le milizie dell'YPG, l'unità di protezione popolare curda, campeggia un'enorme gigantografia di Abdullah Ocalan, il leader del PKK, in carcere da quasi vent'anni in Turchia, mentre sono del tutto assenti i simboli delle fazioni arabe che hanno contribuito alla liberazione di Raqqa.
Se i leader curdi siriani decideranno di annettere la città al territorio da loro controllato, la cosiddetta Rojava, si aprirebbero dei seri problemi sul futuro assetto della Siria. È chiaro infatti che il destino del paese è quello di diventare una federazione di enclave controllate dalle forze che si sono contraddistinte nel corso della guerra civile e cioè l'esercito di Damasco e dei suoi alleati russi nella parte centrale e occidentale, i combattenti islamici moderati appoggiati dalla Turchia nella parte settentrionale, intorno alla città di Idlib e le milizie curde nella striscia che lambisce il confine con la Turchia fino all'Iraq.
Uno dei problemi della Siria che verrà è proprio quello relativo al futuro della popolazione sunnita maggioritaria in quasi tutta la nazione. Se questi milioni di cittadini non avranno una rappresentanza statuale è inevitabile che si aprirebbero nuovi scenari di tensione che di fatto prolungherebbero la guerra civile in corso dal 2011. Lo Stato Islamico infatti era riuscito a coagulare intorno a sé la maggioranza delle tribù sunnite dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq e l'avanzata delle milizie sciite appoggiate dal'Iran.
Ora, con il Califfato messo alle corde, urge trovare una soluzione geopolitica per la componente sunnita della regione, magari consentendo loro di controllare proprio la provincia dell'Anbar, perlomeno sul lato siriano, e dunque le città di Raqqa e di Deir el Zor.
Solo così si potrebbe arrivare ad un compromesso sul futuro assetto della Siria. Una responsabilità che pesa soprattutto sulle spalle degli Stati Uniti che però sembrano non avere le idee chiare a riguardo.
C'è poi il problema dei cosiddetti Foreign Fighters, giunti a migliaia, negli scorsi anni, per abbattere il regime di Assad. Questi combattenti, sconfitti sul campo di battaglia, stanno ora cercando una via di salvezza ritornando nei loro paesi d'origine o rifugiandosi nei deserti della parte meridionale del paese. Milizie acciaccate dopo le ultime sconfitte, ma ancora in grado di rappresentare un elemento destabilizzante per la regione e un pericolo per l'Occidente, a causa della loro sperimentata capacità di organizzare attentati terroristici.

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