Robert Mugabe, di Al Jazeera English, Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

Zimbabwe: la fine di un tiranno
di Diego Grazioli

Dopo 37 anni di potere assoluto, Robert Mugabe, il padre padrone dello Zimbabwe è stato estromesso da ogni incarico di potere. Il carismatico leader paga l'aver ordinato l'espulsione dal paese del suo vice, il generale Emmerson Mnangagwa, ex capo dei servizi segreti e punto di riferimento delle gerarchie militari del paese. La decisione di Mugabe di defenestrare il suo più vicino collaboratore era stata dettata dalla volontà di insediare come suo successore sua moglie Grace, a dispetto di ogni norma costituzionale e soprattutto scavalcando lo stato maggiore dell'esercito che per quasi 40 anni gli aveva consentito di regnare incontrastato. L'annuncio delle dimissioni del novantatreenne Mugabe sarebbe dovuto avvenire attraverso un discorso pronunciato davanti alle telecamere della TV di Stato, ma il Presidente, a sorpresa, si è rifiutato di fare pubblicamente un passo indietro. A questo punto sono intervenuti i vertici del partito di maggioranza Zanu-PF che gli hanno imposto le immediate dimissioni, pena la perdita di ogni privilegio e la confisca delle numerose proprietà a lui riconducibili. Un colpo di teatro degno della storia di questo veterano della lotta per l'indipendenza del paese. Prima di prendere il nome di Zimbabwe infatti, questa nazione dell'Africa orientale, si chiamava Rhodesia Meridionale, in omaggio all'esploratore e uomo d'affari inglese Cecil Rhodes che, a fine Ottocento, stipulò accordi commerciali con le tribù locali. La genesi successiva della storia paese è quella di un'affermazione dei pochi coloni bianchi ai danni della maggioranza nera, con espropriazione delle terre e la sottomissione di milioni di esseri umani. Un'impostazione sul modello del Sudafrica dell'apartheid. Si arriva poi negli anni sessanta e settanta ad una guerra civile, terminata nel 1979 con la definitiva vittoria delle tribù autoctone ed in particolare del partito Zanu di cui Mugabe è stato fondatore e leader incontrastato. Dal quel momento in poi la cavalcata dell'ex Presidente verso in potere assoluto si è fatta vorticosa, con la nazionalizzazione delle enormi fattorie ancora in possesso dei pochi coloni bianchi rimasti nel paese e praticando una sorta di autarchia che ha relegato questo paese ad una sorta di prigione a cielo aperto. Non meno cruenta è stata la politica di Mugabe contro i rivali politici, facendo dello Zimbabwe una vera e propria dittatura anche se formalmente ammantata di connotati repubblicani. Tornando alle vicende di questi giorni la fine di Mugabe è dovuta all'avventata mossa di scavalcare gli uomini forti del paese ed i loro clan di riferimento, per favorire la successione in favore della sua seconda ed ambiziosissima moglie Grace, che al momento si troverebbe in Namibia con un drappello di fedelissimi. A succedere a Mugabe, con tutta probabilità, ci sarà proprio il suo vice, fuggitivo per poche ore, Emmerson Mnangagwa. Un personaggio che, oltre ad aver accompagnato Mugabe nella sua traiettoria di potere, è accusato di crimini gravissimi contro gli oppositori politici, tanto da meritarsi l'appellativo di "Coccodrillo" a causa dei trattamenti inferti ai detenuti nelle prigioni del paese. Ma la festa popolare che in questi giorni si vive nella capitale Harare e nelle altre maggiori città dello Zimbabwe significa che milioni di cittadini volevano un cambiamento, aldilà del rischio di finire dalla padella alla brace.

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