Moschea_Bir-al-Abd - CC0 Creative Commons

Gli investigatori ritengono che i terroristi appartengano allo Stato Islamico

Egitto: la strage della moschea
di Diego Grazioli

"Uno dei peggiori massacri di civili della storia recente dell'Egitto". Questa la definizione data dal New York Times sulla strage perpetrata venerdì scorso nella moschea di Al Rawda, nei pressi della località di Bir-al Abd, nel Sinai settentrionale.
Una carneficina costata la vita a 305 persone di cui 27 bambini, mentre sono almeno 130 i feriti ricoverati negli ospedali egiziani, alcuni in condizioni disperate. L'assalto è avvenuto mentre nella moschea, assiepata di fedeli appartenenti alla comunità Sufi, era in corso la preghiera del venerdì. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità egiziane, un commando composto da una trentina di persone sarebbe giunto nei pressi della struttura bordo di quattro pick-up e, dopo averla circondata, avrebbe aperto il fuoco con armi automatiche e lanciando granate all'interno del luogo di culto. Anche se al momento non è arrivata nessuna rivendicazione ufficiale, gli investigatori non hanno dubbi che i terroristi appartengano allo Stato Islamico, anche perché sulle jeep usate per l'attacco, erano ben visibili le bandiere nere dell'organizzazione con la scritta "testimonio che non c'è divinitàse non Dio e testimonio che Maometto è il suo Messaggero". La strage rappresenta l'ennesimo capitolo della guerra in corso da anni tra le autorità centrali ed i gruppi islamisti radicali, particolarmente attivi nella penisola del Sinai, con il nome di "Ansar Beit el-Maqdes", i "partigiani di Gerusalemme". Un conflitto che ha già mietuto centinaia di morti, non solo tra la popolazione locale e le forze di sicurezza, ma anche tra i turisti che affollano le località balneari sul Mar Rosso, come testimonia l'abbattimento dell'aereo carico di cittadini russi partito da Sharm el-Sheikh il 31 ottobre di due anni fa. La gravità di questo attentato però rappresenta uno spartiacque destinato a sconvolgere la politica e le tattiche delle autorità egiziane, come ha fatto capire il Presidente egiziano al-Sisi in un discorso televisivo effettuato nelle ore immediatamente successive alla tragedia. Al-Sisi ha annunciato una "risposta brutale", mettendo in campo uno sforzo senza precedenti per estirpare la minaccia terroristica nella penisola del Sinai ed in un tutto l'Egitto ed ordinando alle forze aeree del paese di bombardare i rifugi dei jihadisti. Al contempo i militari egiziani stanno arrestando tutte le persone sospettate di avere collusioni con i miliziani del Califfato, mentre la magistratura del paese ha reso immediatamente esecutive le condanne a morte comminate agli autori di altre stragi perpetrate in Egitto negli scorsi mesi. La strategia del governo non si limita solo alla repressione militare. Questa volta Il Cairo ha deciso di coinvolgere nella lotta contro il terrorismo anche le tribù che controllano i territori limitrofi alla Striscia di Gaza, come il clan degli Al-Sawarka, di cui fanno parte i beduini originari di questa regione, veri padroni dei deserti del Sinai. Anche all'estero la strage ha destato grande scalpore, come testimonia la decisione senza precedenti del comune di Tel Aviv di addobbare con bandiere egiziane il municipio della capitale israeliana. Da Washington invece in Presidente Donald Trump ha parlato di attacco "orribile e vile", rinnovando al governo egiziano tutto il sostegno possibile dell'amministrazione americana. Anche Papa Francesco, nell'Angelus di domenica, si è detto "profondamente addolorato" per la strage di fedeli, stigmatizzando che nessun atto di violenza può essere commesso nel nome di Dio.

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