La bandiera catalana e spagnola sventolano su un edificio pubblico di Barcellona. Creative Commons.

La Spagna si prepara ad un nuovo periodo caldo in Catalogna

Catalogna, si apre la campagna elettorale
di Lorenzo Pasqualini

Il 4 dicembre scorso è iniziata in Catalogna la campagna elettorale per le elezioni “autonomiche” del 21 dicembre. Sono elezioni regionali molto particolari, proclamate a fine ottobre dopo il commissariamento della comunità autonoma di Catalogna e la rimozione del governo indipendentista di Puigdemont ad opera del governo Rajoy.

Queste elezioni si terranno nell’ultimo giorno di un autunno rovente, che ha visto esplodere la peggior crisi istituzionale degli ultimi decenni in Spagna. Da settembre ad ottobre si è assistita ad una graduale scalata di tensione, che ora è soltanto sospesa in attesa dell’esito elettorale. Prima il referendum indipendentista illegale dell’1 ottobre, marcato dai violenti sgomberi dei seggi da parte delle forze dell’ordine. A seguire, le manifestazioni di piazza oceaniche, sia indipendentiste che pro-unità. Poi la dichiarazione di indipendenza unilaterale, proclamata da Puigdemont il 27 ottobre e seguita subito dopo dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, con l’azzeramento del governo locale e lo scioglimento del Parlamento. E infine, ad aumentare ulteriormente il livello di scontro in un quadro di forte tensione, l’arresto di buona parte degli ex membri del governo catalano e la fuga in Belgio di Puigdemont. Insomma, due mesi roventi.

Una delle misure contenute nell’applicazione dell’articolo 155 è stata la proclamazione di elezioni anticipate il 21 dicembre, un giovedì. Un giorno atipico per celebrare una consulta elettorale, ma l’obiettivo era che si tenessero il prima possibile. Dal loro esito dipenderà il futuro dello scontro, che nelle ultime settimane si è relativamente “calmato” ma che è tutt’altro che risolto. A novembre, per la prima volta dopo due mesi, la Catalogna non è stata prima notizia sui giornali spagnoli tutti i giorni, come accaduto invece nei due mesi precedenti.

In realtà lo scontro è solo congelato in attesa del fatidico 21 dicembre, quando si presenteranno al voto i due fronti contrapposti: quello del blocco indipendentista e quello per l’unità del paese, chiamato anche “costituzionalista”.

Proprio come accaduto alle ultime elezioni regionali del 27 settembre del 2015, in Catalogna vedremo fronteggiarsi due grossi poli. Da una parte il blocco “costituzionalista” contrario all’indipendenza, formato dal Partido Popular (PP), da Ciudadanos (C’s), dal Partito Socialista di Catalogna (PSC) e dalla coalizione di sinistra Catalunya en Comù-Podem.

Dall’altra gli indipendentisti, con le stesse formazioni politiche che hanno formato l’ex governo Puigdemont: Esquerra Republicana (ERC), Junts per Catalunya (forza politica creata apposta per queste elezioni ma che ricalca quello che era il PDeCAT) e la Cup, partito della sinistra anti-capitalista.

Si tratta di partiti con posizioni molto diverse fra loro, che però condividono a grandi linee il sì o il no alla secessione.

È difficile sapere che effetti avrà una eventuale vittoria del blocco secessionista. Dal Belgio, l’ex presidente del governo Puigdemont è rimasto l’unico esponente di quel fronte politico a parlare senza ambiguità di indipendenza come unico grande obiettivo. Gli altri partiti, a partire da ERC, ma anche la formazione Junts per Catalunya guidata da Puigdemont, mostrano in questi giorni una posizione molto più cauta di quella che avevano soltanto poche settimane fa. L’obiettivo principale, adesso, è la liberazione dei leader in prigione.

La mano dura mostrata da Rajoy nei confronti dell’indipendentismo e la mano dura della magistratura, con arresti e pesanti multe, sta probabilmente pesando molto sulle posizioni ufficiali di questi partiti in campagna. Quel che è certo è che una eventuale nuova vittoria del blocco indipendentista accenderebbe nuovamente la miccia dello scontro.

Intanto, proprio il 4 dicembre, giorno di apertura della campagna, il Tribunal Supremo di Spagna ha decretato la fine della prigionia per sei ex consiglieri del governo regionale autonomo catalano, liberandoli su cauzione. L’ex vicepresidente del governo Junqueras, di ERC, l’ex consigliere Joaquim Forn e i due leader indipendentisti Jordi Sànchez (Anc) e Jordi Ciuxart (Òmnium) restano però in prigione e vedranno le elezioni da dietro le sbarre.  In molti, e non solo dalle fila secessioniste, auspicavano una liberazione di tutti i politici catalani prima delle elezioni, per rendere la campagna elettorale più normale e meno rovente.

Secondo il PP e Ciudadanos, gli arresti non sono altro che l’espressione del rispetto dello stato di diritto e della Costituzione. Inoltre l’articolo 155 avrebbe contribuito, secondo il premier spagnolo Mariano Rajoy, a rasserenare la situazione disinnescando la bomba dell’indipendentismo. Per il fronte indipendentista invece, i politici in carcere sono “prigionieri politici”. Gli appelli per la loro liberazione sono all’ordine del giorno, così come le scritte sui muri di Barcellona ed i manifesti che chiedono “llibertat”.

Secondo l’ultimo sondaggio, pubblicato il 4 dicembre dal CIS (Centro de Investigaciones Sociológicas) alle elezioni del 21 il fronte indipendentista non avrebbe più la maggioranza assoluta ed otterrebbe praticamente lo stesso numero di voti del fronte anti-indipendenza. Il sondaggio mette in evidenza la forte crescita di consensi di Ciudadanos, il partito che in questi mesi ha difeso maggiormente una risposta dura all’indipendentismo, con l’applicazione dell’articolo 155. Ciudadanos diventerebbe primo partito con il 22,5% dei voti, seguito subito dietro da ERC, con il 20,8%.

Il sondaggio mostra comunque una Catalogna spaccata perfettamente in due. Difficile prevedere cosa accadrà, mentre l’Unione Europa guarda preoccupata, ma perlopiù in silenzio, una situazione incandescente che potrebbe in futuro riprodursi in altri paesi. Fino ad ora l’UE ha appoggiato pienamente il governo Rajoy e le sue scelte nella gestione della grave crisi, attirandosi così le dure critiche di Puigdemont, che proprio nell’Europa cercava una sponda al suo progetto indipendentista. L’Unione Europea, ancora ferita dal Brexit, non può permettersi nuove rotture al suo interno.

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