Bandiera europea, Yacht Zinagara, Creative Commons CC0

L’ opinioni di Roberto Mostarda sul termine del 2025 proposto da Schulz

Stati Uniti d’Europa
di Roberto Mostarda

Il futuro della costruzione europea, pur se deve passare attraverso decisioni forti ed univoche, non può certo procedere con diktat per giunta temporali come quello sul quale si riflette! Troppe sono le divisioni strutturali, le distanze, le incompatibilità a volte, esistenti nel continente per immaginare che ogni nodo si sciolga come neve al sole.

E’ il tempo la miglior arma per costruire il futuro continentale, unito a scelte via via sempre più politiche e meno economiche. Basta rileggere la storia di questi decenni per vedere in filigrana come i veri passi avanti si siano sempre verificati quando la politica ha deciso e scelto, come alla fondazione della prima Cee. La prevalenza dell’economia ha accentuato disparità e non diminuito le differenze.

Ecco perché un decisionismo apparente come quello di Schultz rischia di essere più dannoso dei piccoli passi che in decenni si sono fatti. Ritenere che l’Europa di oggi abbia realizzato gli ideali della sua origine è certamente sbagliato, ma il continente non è più quello di allora ed anche le chiavi di analisi devono tenerne conto.

Esiste, nonostante tutto, nonostante scetticismo, nichilismo, irresponsabilità, un tessuto comune europeo molto più forte di quanto si pensi. Paradossalmente l’idea di Europa è più presente tra i popoli che tra i governi e la consapevolezza di voler camminare insieme è più presente che nel passato. I picchi dell’euroscetticismo e la chiassosa realtà dei suoi sostenitori non devono trarre in inganno, come mostrano gli ultimi sondaggi persino tra i britannici sulla Brexit che vedrebbero il risultato referendario capovolto.

Qualcuno ha osservato e descritto la situazione in modo drastico ma efficace: «l’Europa è troppo grande per essere unita. Ma è troppo piccola per essere divisa. Il suo doppio destino è tutto qui». Una dura verità che la politica dovrebbe essere in grado di trasformare in motivo di unione di intenti e di azione. Se siamo “costretti” ad essere uniti facciamolo al meglio. L’opposto è l’irrilevanza mondiale ma non tra un secolo, tra pochi decenni.

Illuminante quanto affermò uno dei padri dell’Europa Schuman nella dichiarazione a lui attribuita. “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.  E aggiungeva l’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania. Difficile, malgrado gli anni passati, non riscontrare elementi tuttora immanenti.

L’Europa è il futuro, qualsiasi altra politica il passato. La laconica ed efficace analisi di Roland Dumas. O ancora l’Europa non è un luogo, ma un’idea, secondo Bernard-Henri Lévy.

Ancora una citazione: l’Europa non può nascere da un contratto. O nasce dai cuori dei suoi cittadini oppure non nasce, ha osservato Klaus Kinkel.

Il senso dell’obiettivo finale è nelle parole dell’ex presidente federale tedesco Joachim Gauck, «non chiedete cosa l’Europa può fare per voi, chiedete piuttosto cosa potete fare per l’Europa». Una frase che riecheggia - Gauck visse e operò nella defunta DDR - un’epoca di  grandi speranze e uno dei momenti più bui dopo la seconda guerra mondiale: quando l’idea di rinascita di un’Europa nuova e democratica mantenne l’ancoraggio dei tedeschi all’Occidente. Qualcosa che è sempre bene non dimenticare!   

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