Amal Hussain (foto di Tyler Hicks)

Una tragedia umanitaria 

Morire di fame in Yemen
di Diego Grazioli

Amal è morta di fame. Aveva sette anni, ma era arrivata a pesare come una bambina di pochi mesi. La sua foto, scattata dal reporter vincitore del premio Pulitzer Tyler Hicks e pubblicata dal New York Times, ha fatto il giro del mondo, scatenando reazioni sdegnate che però non sono servite a fermare la terribile guerra civile che dal 2015 devasta lo Yemen. Amal è solo una delle tante vittime di questo conflitto dimenticato. Secondo le stime diffuse dalle Nazioni Unite e da Medicins sans Frontiers che, insieme a Save the Children, sono le organizzazioni umanitarie più importanti che operano sul territorio, sono almeno 11 milioni, di cui 400mila bambini, le persone bisognose di assistenza immediata.

Una tragedia umanitaria che potrebbe addirittura aggravarsi, a causa dell’assedio effettuato dalla coalizione sponsorizzata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, nei confronti della città portuale di Hodeida, la seconda del paese con i suoi 2 milioni e 200mila abitanti, controllata dai ribelli Houti, appoggiati dall’Iran. Negli ultimi giorni l’offensiva terrestre, supportata dai raid aerei effettuati dai jet di Riyad, ha causato la morte di oltre 110 ribelli, mentre le forze lealiste hanno perso almeno 25 uomini.

Il porto di Hodeida affacciato sul Mar Rosso, riveste un’importanza strategica fondamentale per la parte del paese in mano ai ribelli Houti. Dalle sue banchine passano i tre quarti dei beni d’importazione e degli aiuti umanitari destinati alla popolazione del nord, compresa la capitale Sana’a, gioiello architettonico devastato da anni d’incuria e di bombardamenti. Una situazione talmente disperata da aver spinto il Presidente degli Stati Uniti, sotto pressione dal nuovo Congresso a maggioranza democratica ma grande sponsor della Monarchia saudita, a chiedere un immediato cessate il fuoco, spingendo le fazioni a trovare una soluzione politica al conflitto. Un auspicio che però difficilmente verrà ascoltato, vista la profonda ostilità politica e religiosa innervata nelle due parti in causa.

La guerra civile yemenita rappresenta solo un capitolo della partita geopolitica che si sta giocando in Medio-Oriente tra Arabia Saudita ed Iran, paesi appartenenti alle due famiglie più importanti del mondo musulmano, quella sunnita e quella sciita. Se le pressioni esercitate dal mondo occidentale, responsabile dei rifornimenti militari alla Monarchia e principali destinatari del petrolio estratto nel Regno, possono avere un effetto sul governo di Riyad, difficilmente Teheran accetterà una soluzione di compromesso.

Il recente indurimento delle sanzioni messe in atto da Washington nei confronti del regime degli Ayatollah, sta indebolendo la fazione moderata del paese, rappresentata dal Presidente Hassan Rouhani e dal Ministro degli Esteri Mohammad Java’s Zarif, il principale artefice degli accordi di Ginevra in materia di contenimento del programma nucleare, favorendo invece l’ala più conservatrice che ha nella Guida Suprema l’Ayatollah Ali Khamenei il suo punto di riferimento. La fine della guerra in Yemen è dunque ben lontana dal considerarsi conclusa e i casi di morte per fame, come quello della piccola Amal, saranno destinati a moltiplicarsi. 

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