Greta Thunberg al COP24 (fonte foto UNclimatechange  Flickr)

Il tempo per salvare il pianeta è ormai finito 

COP24: tanto rumore per nulla
di Diego Grazioli
Del vertice COP24 svoltosi di recente a Katowice, forse rimarranno solo le sferzanti parole pronunciate da Greta Thunberg, la giovane studentessa svedese arrivata nella città polacca per protestare contro l’inconcludenza dei governi in materia di cambiamenti climatici. In un’assise disertata dai maggiori leader mondiali, la quindicenne con il suo volto paffuto, incorniciato da due nordiche treccine, ha ammonito l’assemblea che il tempo per salvare il pianeta è ormai finito e le bugie di coloro che ancora si ostinano a negare l’aumento del riscaldamento globale hanno le gambe sempre più corte. Eppure la Conferenza delle Nazioni Unite, chiamata a stilare il manuale per rendere operative le linee guida dell’accordo sul clima raggiunto a Parigi nel 2015, ha formalmente ottenuto il minimo sindacale degli obiettivi fissati alla vigilia. Lo stanziamento di circa 100 miliardi di dollari da parte dei governi per sviluppare le tecnologie verdi in grado di superare la filiera  di approvvigionamento energetico basata sull’utilizzo di idrocarburi e carbone.
 
Oltre ad un protocollo che consenta ad una Commissione delle Nazioni Unite di verificare l’effettiva osservazione degli impegni presi dai vari Stati. Il problema di fondo è però il tempo. Se non si agisce con la massima urgenza e con la determinazione necessaria, ogni promessa è destinata a rimanere vana. Molti paesi hanno deciso di attendere fino al 2020 per mettere in pratica le cosiddette politiche ecologiche. Una deroga temporale pericolosissima, che consente ai vari leader mondiali di non essere screditati dai propri elettorati. Della negazione degli Stati Uniti di Donald Trump riguardo alle conseguenze dell’attività umana moderna sul clima già si sapeva, così come erano note le posizioni di Cina ed India, nazioni che contano insieme quasi un terzo degli abitanti del pianeta e che dalla COP di Parigi avevano ottenuto deroghe rispetto ai paesi del mondo occidentale, responsabili di due secoli di inquinamento sfrenato. Meno scontata invece era la posizione dell’Europa, il Continente che doveva essere l’alfiere della svolta ecologica planetaria.
 
La Francia di Emmanuel Macron, sconquassata da settimane di proteste da parte dei gilet gialli, ha visto il suo Presidente addirittura disertare il vertice polacco, dopo essersi autoproclamato paladino nella lotta ai cambiamenti climatici. Per placare la rabbia della Francia profonda, infatti il suo governo ha cancellato la carbon tax, prevista inizialmente nella manovra economica, che avrebbe dovuto disincentivare l’utilizzo dei carburanti fossili. Stessa posizione fatta propria dal governo polacco, consapevole che una riduzione dell’utilizzo del carbone, lo avrebbe reso più maggiormente dipendente dal gigante russo, suo storico nemico, in materia di approvvigionamento energetico. Dunque quello che rimane del dossier di 133 pagine partorito dalla Conferenza di Katowice è ben poca cosa.
 
Tranne il fatto assodato dall’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di clima, che l’obiettivo di riduzione della traiettoria del riscaldamento globale
entro la fine del secolo dai 3,5 gradi previsti ad 1,5 gradi, rimarrà una chimera che le prossime generazioni pagheranno duramente sulla propria pelle.
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