Minister Teodoro Nguema Obiang Mangue  Inauguration of state of the art Airport in Annobon, Equatorial Guinea (fonte foto Flickr)

Una dinastia del malaffare nel mirino della giustizia internazionale

Guinea Equatoriale: un affare di famiglia
di Diego Grazioli
C’è un paese sulla linea dell’equatore, in cui il sole della libertà e della giustizia è offuscato da una delle dittature più brutali del pianeta: la Guinea Equatoriale. Un regime totalitario retto da oltre 50 anni dalla famiglia Nguema: prima dal fondatore della “dinastia” Francisco Macias, salito al potere dopo la decolonizzazione dalla Spagna avvenuta nel 1968, e poi da suo nipote Teodoro Obiang che, nel 1979 con un Colpo di Stato, si sbarazzò dell’ingombrante zio, facendolo giustiziare sommariamente insieme ai suoi seguaci.
 
Un calvario lungo mezzo secolo per un paese che conta un milione e duecentomila abitanti, i cui diritti sono pressoché inesistenti ed il livello di povertà è tra i più alti di tutto il Continente Africano, nonostante le enormi ricchezze incamerate dallo Stato in virtù dei giacimenti di petrolio scoperti a metà degli anni ‘90 al largo delle sue coste.
 
Un fiume di denaro che ha reso il Presidente Teodoro Obiang Nguema ed il figlio Teodorin, nominato suo vice, tra gli uomini più ricchi al mondo. Una dinastia del malaffare ormai nel mirino della giustizia internazionale, come dimostra la recente condanna, finita con un patteggiamento milionario, decisa dalla magistratura elvetica per l’accusa di appropriazione indebita di beni dello Stato da parte di Teodorin. Una sentenza a cui stanno facendo seguito diverse rogatorie internazionali nei paesi dove gli inquirenti credono siano custodite le fortune della famiglia Nguema.
 
È da Parigi che potrebbero arrivare i problemi maggiori per il Presidente del piccolo Stato africano. Da anni la giustizia francese, in collaborazione con membri dell’opposizione in esilio, sta redigendo un dossier sulle malefatte degli Nguema, prima tra tutte la sistematica violazione dei diritti umani: come l’omicidio, la sparizione o la messa in stato d’arresto delle poche voci che hanno osato criticare il padre-padrone della Nazione. Emblematica la storia di Martin Puye, leader del Movimento para la Autodetermination de la Isla de Bioko e oppositore del regime, morto in carcere senza aver potuto usufruire delle basilari cure mediche dopo i pestaggi subiti.
 
Delle inumane condizioni a cui sono costretti i detenuti delle prigioni della Guinea Equatoriale, è testimone anche l’imprenditore italiano Roberto Berardi che, dopo aver avviato un’impresa di costruzioni con il figlio del Presidente, si è visto svuotare i conti correnti della società e in seguito alla sue proteste, rinchiuso nel penitenziario di Bata per ventidue mesi, dove è stato torturato ininterrottamente e lasciato per giorni senza cibo.
 
Al momento del suo rilascio avvenuto nel 2015 infatti, è arrivato in Italia con la parvenza di uno scheletro, avendo perso 35 chili di peso dal momento della detenzione. Da non dimenticare infine la sorte di Alessandro Corbara, architetto ed amico di Berardi, morto in un misterioso incidente stradale nel nord della Guinea Equatoriale nel luglio 2014, proprio mentre l’imprenditore era detenuto.
 
 
 
 
 
 
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