Sudan (fonte foto Ashraf Shazly/Agence France-Presse — Getty Images)

Non si arrestano le proteste popolari

Sudan: la rivoluzione tradita
di Diego Grazioli

Rischia di finire in un bagno di sangue la rivoluzione popolare che lo scorso aprile ha portato alle dimissioni di Omar al-Bashir, il despota ultra fondamentalista islamico che ha tenuto le redini del Sudan per oltre trent'anni. Il Consiglio militare di transizione che ha preso il posto del tiranno, non sembra infatti intenzionato a lasciare il campo ad una giunta composta da civili, ne ad indire a breve nuove elezioni.

Per questo non si arrestano le proteste popolari che da mesi infiammano la piazza di Khartoum e che nei giorni scorsi hanno visto l'intensificarsi dei sit-in di contestazione soprattutto davanti al quartier generale dell'esercito. Una situazione difficilissima da gestire per i militari che hanno destituito al-Bashir, attualmente recluso in un carcere nei pressi della capitale. Se i moti popolari dovessero continuare e sfociare in assalti alle sedi del potere, la giunta potrebbe usare le manieri forti per disperdere le proteste, innescando una spirale di violenze dall'esito imponderabile.

D'altronde il Sudan schiacciato da tre decenni di dittatura è al centro di una complicata partita geopolitica che si gioca all'interno della galassia della confessione musulmana sunnita. Prova ne è la chiusura della sede locale dell'emittente Al-Jazeera, la televisione del Qatar, accusata dai militari golpisti di diffondere immagini della contestazione in corso e far da cassa di risonanza alle proteste che chiedono un passo indietro della giunta militare.

Il governo del Qatar, legato alla fratellanza musulmana, si contrappone alla visione strategica di Arabia Saudita ed Emirati Arabi nel mondo arabo e auspicherebbe un cambio di regime che collochi il Sudan al proprio fianco. Lo stesso copione seguito alla caduta in Egitto del Presidente Mohammed Mursi, legittimamente eletto, ma disarcionato dal generale Al-Sisi. Per difendere il Consiglio militare di transizione, i due paesi di osservanza wahabbita hanno deciso lo stanziamento di circa tre miliardi di dollari per agevolare lo status quo e calmierare le proteste della popolazione. Un'operazione che dovrebbe consentire la permanenza delle milizie paramilitari sudanesi alleate dei Sauditi e degli Emirati nella guerra civile che da anni si sta combattendo in Yemen.

A capo dei miliziani di Khartoum nel conflitto della penisola arabica, si staglia la controversa figura di Mohammad Hamdan Daglo, già leader dei famigerati janjaweed, i guerrieri a cavallo responsabili del genocidio avvenuto anni fa in Darfur e costato la vita a milioni di persone. Un massacro per il quale l'ex Presidente al-Bashir è stato messo sotto processo dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja che ha chiesto la sua estradizione senza mai accogliere un parere favorevole da parte del governo sudanese. La presenza di Daglo nel Consiglio militare di transizione con il ruolo di vicepresidente, da l'idea di quanto la rivoluzione sudanese sia stata al momento tradita e della necessita' di fare pressioni a qualunque livello affinché le autorità civili, coordinate dall'associazione dei professionisti sudanesi, possano prendere democraticamente il controllo della strategica nazione. 

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