Bandiera della Turchia (fonte foto Pixabay)

Erdogan rilancia le sue sorti politiche

Turchia: il colpo di coda del sultano
di Diego Grazioli

Azzoppato dalla sconfitta elettorale della scorsa primavera che ha consegnato le maggiori città del paese ai partiti d'opposizione e con un'economia sotto il segno della recessione, Recep Tayyip Erdogan sta tentando il rilancio delle sue sorti politiche sul terreno che gli e' da sempre più congeniale, la repressione interna e la crociata contro i curdi. Nel mirino del Sultano di Ankara questa volta sono finiti i social network, messi sotto la lente d'osservazione dall'organismo di controllo nazionale che potrà decretarne la chiusura se i contenuti veicolati in rete saranno contati alla sua "visione" della società.

La decisione, presa dal parlamento turco controllato dall'AKP, il partito del Presidente, rappresenta l'ennesimo giro di vite nei confronti della stampa libera e delle piattaforme di contenuti che potrebbero inficiare l'ortodossia che dai giorni delle proteste di piazza Taksim sta cercando di riportare la Turchia laica di Ataturk agli illusori fasti dell'epoca Ottomana. Secondi i dati diffusi dal Free Journalist Initiative, negli ultimi due anni sono stati arrestati 189 giornalisti, chiuse almeno 50 testate e messi sotto stretta osservazione molti corrispondenti che lavorano nel paese.

La mano pesante del regime si e' inoltre abbattuta sugli esponenti politici legati al Partito Democratico dei Popoli, l'HDP, il cui leader Selahattin Demirtas e' detenuto nelle prigioni del paese dall'autunno del 2016 in regime di carcerazione preventiva. Un "trattamento" costato alla Turchia la condanna della Corte Europea dei Diritti Umani che ha espresso il suo rammarico per la continua compressione della dialettica politica democratica.

Per quanto riguarda l'altro grande spauracchio del Presidente turco cioè l'YPG, l'Unita' di Protezione Popolare, il movimento curdo che opera nel Rojava, la striscia di territorio siriano al confine con la Turchia, sono state annunciate nuove operazioni che, nelle intenzioni di Erdogan, dovrebbero mettere in sicurezza la regione meridionale del paese. Secondo il numero uno di Ankara infatti l'YPG sarebbe di fatto un'organizzazione affiliata al PKK, il Partito Comunista Curdo da sempre spina nel fianco del regime di Ankara.

Lo scorso 4 agosto il Presidente turco, passando in rassegna un contingente dell'esercito stanziato a Bursa, ha ribadito la volontà d'implementare le operazioni militari aldilà del confine siriano con lo scopo di creare una zona cuscinetto di circa 30 chilometri di profondità che arrivi fino in Iraq. Una palese violazione dei trattati internazionali, che scatenerebbe nuove violenze in una regione che sta lentamente ritornando alla normalità dopo le terribili violenze seguite alla guerra contro i miliziani dell'ISIS. La decisione di Erdogan rappresenta anche un guanto di sfida lanciato all'amministrazione americana, colpevole di sostenere le milizie curde. Un cambiamento strategico che sta portando la Turchia sempre più nell'orbita di Mosca, come dimostra anche la decisione di dotarsi del sistema missilistico russo S-400 non compatibile con gli armamenti in dotazione alla NATO, di cui ancora la Turchia fa formalmente parte.

Quel che e' certo e che se dovesse continuare questo sganciamento del gigante anatolico dalle alleanze internazionali che hanno contraddistinto mezzo secolo di storia, le conseguenze per tutto il Medio Oriente saranno di immensa portata.

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