United Nations Security Council on the United Nations Headquarters in New York City, by Neptuul

Una coalizione contro Boko Haran

Nigeria: diplomazia e contrasto militare
di Giorgio Castore

Il mese di febbraio ha caratterizzato la risposta diplomatica e militare all’offensiva della setta Boko Haram nei confronti della Nigeria scatenata nei territori di confine del nordest del paese e dei centri abitati dei paesi limitrofi, Niger, Chad e Cameroon.
La diplomazia ha registrato iniziative al più alto livello che hanno coinvolto l’Unione Africana, con la decisione della costituzione di una forza multinazionale dei paesi citati e del Benin, creando, così una cintura di accerchiamento degli insorti. La richiesta di appoggio e di finanziamento rivolta all’ONU è stata completata dall’iniziativa della Francia nei confronti del Consiglio di Sicurezza mirante ad ottenere
il riconoscimento giuridico all’iniziativa militare, quale risposta agli attacchi sempre più cruenti ed invasivi della setta.
Sul piano più strettamente militare, in attesa delle decisioni dell’ONU, da un lato è stata intensificata la risposta dell’intelligence, sostenuta anche operativamente dagli USA, dall’altro hanno comunque operato sul terreno truppe multinazionali della coalizione dei cinque paesi, sia pure con alcune difficoltà iniziali di coordinamento. Così, mentre l’offensiva jihadista aveva interessato con successo fino a metà febbraio la prima incursione a Diffa, in Niger, in alcuni villaggi del Chad, a Gombe, stato nigeriano a sud del Borno, ed a Waza, in Cameroon, la seconda metà di febbraio ha segnato la rivincita della coalizione con la ripresa di Dikwa e Baga e Monguno (Borno), queste ultime di grande importanza strategica.
Sul piano politico della contesa rimane sullo sfondo il rinvio delle elezioni legislative e presidenziali in Nigeria al 28 marzo, con l’impegno della setta ad impedirle.
E’ troppo presto per formulare ipotesi sugli sviluppi futuri della crisi, anche perché i numeri sulla consistenza degli insurgents rimangono aleatori, così come le risorse finanziarie ed i relativi flussi, gli armamenti e la capacità di approvvigionamento, la rete degli appoggi politici e finanziari e, certamente non ultima la capacità di proselitismo.
Quest’ultimo aspetto del problema richiede certamente molta attenzione.
Il movimento che ha dato origine all’attuale struttura operativa di Boko Haram fu fondato alla fine del primo decennio scorso nella città di Maiduguri, capitale dello stato di Borno nella Nigeria, con scopi caritatevoli, a sostegno delle comunità locali, in grandissima parte di religione islamica. Lo stato di Borno, 70mila chilometri quadrati (più di un quinto dell’Italia) e 4milioni e mezzo di abitanti, segna la maggiore concentrazione di gente di etnia Kanuri con circa 3milioni di unità, a grande maggioranza di fede islamica, a differenza degli altri stati del nord della Nigeria, popolati in modo prevalente da genti di etnia Hausa-Fulani, anch’esse a grande maggioranza islamica.
Elaborazione “italiani” su fonti diverse.Secondo le informazioni pubblicate sul Joshua-Project del U.S. Center for World Mission, il popolo Kanuri è presente oltre che nello stato nigeriano di Borno, anche in alcuni territori del sudest del Niger, regione di Diffa, del Chad e del Cameroon, paesi limitrofi ai confini con la Nigeria. E’ sintomatico il fatto che la recrudescenza degli attacchi della setta Boko Haram si sia intensificata negli ultimi mesi proprio nei territori in cui è presente l’etnia Kanuri.
Volendo indicare una data in cui la trasformazione delle attività della setta è risultata evidente ed incontrovertibile, la possiamo collocare nel giorno in cui avvenne l’assassinio di Mohammed Yussuf, l’allora leader della setta, in circostanze non chiarite, quando, catturato a seguito degli scontri particolarmente sanguinosi avvenuti nelle città di Bauchi e Maiduguri, doveva passare in consegna dalle forze di polizia nigeriane a quelle militari alla fine di luglio 2009.
Apparve chiaro, allora, che le numerose rivolte succedutesi fin dal 2001 che si riteneva legate a motivazioni religiose, non avevano la matrice fino ad allora attribuita. Ciò che appare più probabile è che, dall’inizio degli anni ’90 del XX secolo, dopo l’ultima dittatura militare della Nigeria post coloniale, mentre il sistema di governo abdicava alla sua funzione istituzionale per lasciare sempre più spazio alla corruzione (la Nigeria occupava nel 2012 il 12° posto tra i paesi produttori di petrolio ed il 136° posto su 175 nella classifica mondiale della corruzione nel 2014), il sistema politico appariva più interessato a lucrare il massimo possibile da quella posizione di vantaggio che a soddisfare i bisogni primari della collettività governata.
In assenza di passi avanti sulla redistribuzione della ricchezza, a cominciare dal sistema educativo, sembra difficile poter immaginare soluzioni durature alla crisi attuale.
Transparency International: la corruzione percepita in 175 paesi del mondo.

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