In difesa di Papa Francesco sul genocidio armeno

Una ferita ancora aperta dopo cento anni
di Antonello Cannarozzo

Papa Pio VII davanti alle imposizione di Napoleone Bonaparte rispose con una celebre frase: "Non possiamo, non dobbiamo,non vogliamo" e ancora oggi la Chiesa risponde così davanti ai ricatti e alle ingiustizie perpetrate contro l'umanità.
"La verità - diceva Cristo - vi rende liberi", dunque, non è lecito tacere a costo di offendere qualcuno, fosse anche una nazione, quando è in gioco la denuncia di gravi delitti contro il genere umano.
È il recente caso della Turchia, offesa per le frasi "inaccettabili" che papa Francesco ha pronunciato sul genocidio, commesso dall'esercito dell'impero Ottomano, ancora non era Turchia, agli inizi dello scorso secolo contro il popolo armeno, causando alcuni milioni di morti in una popolazione già poco numerosa.
Il caso diplomatico è avvenuto durante la solenne funzione liturgica in san Pietro per ricordare il martire armenoSan Gregorio di Narek, vissuto nel XII secolo, davanti al clero medio orientale accorso per l'evento.
La crisi tra i due Stati, secondo molti osservatori, è grave e non sembra di facile soluzione, tanto che l'ambasciatore turco presso la Santa Sede è stato richiama d'urgenza in patria per protesta e ancora oggi la stampa turca e anche esponenti del governo continuano a condannare la "calunnia" di papa Francesco su un genocidio che per loro non è mai esistito.
In realtà la questione dello sterminio in massa armeno in Turchia è un dramma ancora vivo, nonostante siano trascorsi cento anni, ed è da tempo una questione annosa presso tutte le cancellerie, nonostante fonti storiche, documenti e testimonianze inchiodano alle proprie responsabilità il governo di allora della mezza luna.
Tutto questo, però, per l'odierna Turchia è considerata un accusa ingiusta e non veritiera, è come se, per fare qualche esempio, la Germania di oggi negasse che ottant'anni fa l'intera nazione, pur sotto un altro regime, non fosse responsabile del genocidio degli ebrei o i russi odierni negassero le purghe staliniane e non solo.
É una questione di civiltà riconoscere gli errori compiuti nella propria storia, rinnegarli, come fa ancora la Turchia, per motivi ideologici è inammissibile, specialmente se si vuole stare nel consesso delle nazioni civili.
Fin qui le conseguenze, ma cosa ha detto di tanto grave papa Francesco il quale ha dimostrato con il suo recente viaggio proprio in Turchia la stima per questa nazione ed il suo popolo?
"La nostra umanità - aveva detto - ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo che ha colpito non solo la maggioranza del popolo armeno, ma anche i siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci". "Furono uccisi - ha ricordato ancora - vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi".
Ma la frase del papa è stata pronunciata, bisogna pur ricordarlo, in un contesto assai più vasto dove denuncia altri genocidi che si sono perpetrati poi lungo tutto il secolo scorsofino alla tragedia, tutta europea, avvenuta nella ex Jugoslavia.
Con amarezza il papa ha voluto ancora sottolineare nel suo discorso come:" L'entusiasmo sorto alla fine della seconda guerra mondiale stia scomparendo e dissolvendosi. Pare che la famiglia umana rifiuti di imparare dai propri errori causati dalla legge del terrore; e così ancora oggi c'è chi cerca di eliminare i propri simili, con l'aiuto di alcuni e con il silenzio complice di altri che rimangono spettatori".
Accuse non certo rivolte all'odierno governo di Ankara, ma a tutti coloro che anche se non direttamente responsabili, girano ugualmente la testa dall'altra parte per non intervenire. "A me che importa?'; 'Sono forse io il custode di mio fratello?"-  ammonisce il papa - questa è forse l'accusa più dura verso una umanità sempre più distratta ed egoista.
Parole che non possono lasciare indifferenti tutti coloro che oggi si appalesano come difensori dei diritti umani: "In diverse occasioni - ha proseguito ancora Francesco - ho definito questo tempo, un tempo di guerra, una terza guerra mondiale 'a pezzi', in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione".
Parole che non hanno certo bisogno di alcun commento.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.