Presidenta Dilma Rousseff recebe Líderes no Congresso Nacional e Presidentes dos Partidos da Base Aliada. (Brasília - DF, 07/04/2015). Foto: Roberto Stuckert Filho/PR

Conseguenze istituzionali dello scandalo Petrolão

Brasile a immagine di Ionesco
di Eduardo Fiora

traduzione di Giuliana Giannessi
San Paolo (Brasile). Mi prendo la libertà di iniziare questo testo con una domanda agli amici italiani. Il Brasile è una repubblica presidenziale, attualmente governata dal presidente Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori (PT), giusto? Sbagliato.
Oggi, la Rousseff, in pratica, non governa più il paese che l'ha rieletta nel mese di ottobre 2014. Il gigante dell'emisfero sud vive una situazione anomala in cui il presidente costituzionale sopravvive appena sulla carta, dato che in pratica è stato sostituito da un inedito parlamentarismo dove non c'è un primo ministro.
La "tangentopoli brasiliana", nota come Petrolão, nome di battesimo del miliardario schema di finanziamento illecito dei partiti e delle campagne tramite opere e servizi forniti da imprese private alla petrolifera Petrobras - la più grande società commerciale pubblica con affari nella Borsa di New York – ha diluito il potere politico del presidente Dilma. E non potrebbe essere altrimenti. Ancora con le indagini in corso, il "Petrolão" ha direttamente colpito il PT. La giustizia ha già messo dietro le sbarre Giovanni Vaccari Neto, che fino a poche settimane fa era tesoriere del PT. Fu in questa condizione che Vaccari, nel 2014, ripassò 31 milioni di reais dalle casse del PT per la campagna di Dilma durante la campagna elettorale.
La gestione irregolare ed irresponsabile dell'economia nei quattro anni del suo primo mandato ha portato il Brasile a tremare con l'aumento dell'inflazione, attualmente all'8% nel corso degli ultimi 12 mesi, sfrenatezza dei conti pubblici e riduzione del Prodotto Interno Lordo, con stime del 3% nei primi tre mesi di quest'anno.
Inghiottita da questo gigantesco tsunami politico-economico, la Rousseff si è mossa su due fronti. Nell'economia, ancor prima di iniziare il suo secondo mandato, ha cercato aiuto in un porto sicuro ideologicamente opposto al suo. Ha messo al comando dell'economia Joaquim Levy, finanziere esperto e direttore di una delle più grandi banche private del paese. Una volta al potere, ha adottato misure forti, la maggior parte delle quali in contrasto con il programma annunciato dalla Rousseff durante la campagna elettorale. Infatti, Levy ha consolidato nel governo le proposte fatte da Aécio Neves, il grande rivale della Rousseff nelle elezioni del 2014.
Politicamente, il secondo mandato presidenziale della Rousseff ha avuto inizio con una serie di sconfitte nel Congresso, un chiaro segno della divisione della sua base di sostegno e dell'incapacità del suo governo di dialogare con i partiti alleati. Un presidente senza potere decide, allora, di chiamare il vice presidente della Repubblica, Michel Temer, delegandogli l'articolazione politica del governo nel Congresso Nazionale. Un dettaglio: Temer è il presidente del PMDB, il partito che detiene il maggior numero di seggi alla Camera e al Senato.
È chiaro, di fronte a questa situazione, che il Brasile ha un presidente della Repubblica che non governa più. Non è lei che decide sull'andamento dell'economia. La Rousseff firma solo quello che il ministro Levy decide. Così non è sua la leadership politica del governo. Il grande interlocutore del parlamento è Temer.
Se fosse vivo, il drammaturgo Eugène Ionesco applaudirebbe in piedi una tale trama, dove la Rousseff, rinunciando al ruolo di Presidente della Repubblica federativa del Brasile, diventa protagonista del Teatro dell'Assurdo.

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