UE: Trattati, Istituzioni, Storia dell'integrazione europea. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Mercato_europeo_comune

Dall’Unione Europea a un semplice mercato comune
di Roberto Savio *

Roma, ottobre 2015 - Il trionfo del Partito Popolare Svizzero / Unione Democratica di Centro (SVP/UDC), della destra xenofoba e anti UE alle elezioni svizzere, anche se la Svizzera non è membro dell'Unione europea, merita una serie di riflessioni.
Settanta anni fa, l'Europa è emersa esausta e distrutta da una terribile guerra. Questo ha prodotto una generazione di statisti, che ha avviato la creazione di una integrazione europea, con l'obiettivo di non ripetere i conflitti interni che hanno portato a due guerre mondiali.
Oggi una guerra tra Francia e Germania è inconcepibile e l'Europa è un'isola di pace, per la prima volta nella sua storia. Questo è il mantra che abbiamo sempre sentito. Ciò che si dimentica è che in effetti buona parte dell'Europa non voleva l'integrazione.
Nel 1960, la Gran Bretagna ha sostenuto la creazione di un'istituzione alternativa, dedicata esclusivamente al commercio: l'Associazione europea di libero scambio (EFTA), formata da Regno Unito, Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e più tardi Finlandia e Islanda.
Solo nel 1972, riconoscendo il successo dell'integrazione europea, il Regno Unito e la Danimarca hanno chiesto l'adesione all'UE. Più tardi, il Portogallo e l'Austria hanno lasciato l’EFTA per aderire all'UE. Svizzera e Norvegia continuano ancora a mantenere viva l'EFTA, di cui sono anche parte solo i due piccoli stati d'Islanda e Liechtenstein.
Il Regno Unito non è stato mai interessato al progetto europeo e si è sempre sentito impegnato a "un rapporto speciale" con gli Stati Uniti. L’unione significa anche solidarietà e integrazione, così come i vari trattati UE ancora dichiarano. Il Regno Unito era interessato solo alla parte commerciale del processo.
Dal 1972, il lustro della integrazione europea ha perso molto del suo brillare. Le giovani generazioni non hanno memoria dell'ultima guerra.
L'Unione Europea ha subito la sorte di altre istituzioni politiche. E’ percepita come molto distante dai suoi cittadini, diretta da funzionari anonimi non eletti che prendono decisioni senza un processo partecipativo e incapace di rispondere alle sfide: Qual è la politica estera dell'UE? Talvolta assume decisioni che non riecheggiano Washington? Perché la sua filosofia economica è sinonimo di neoliberismo?
Dalla crisi finanziaria del 1999, i partiti xenofobi, nazionalisti e di estrema destra sono sorti in tutta Europa. In Ungheria, uno di quelli è al potere e dichiara apertamente che la democrazia non è il sistema più efficiente.
La crisi greca ha messo in chiaro che vi è una divisione nord-sud, mentre la Germania e altri non considerano la solidarietà come uno dei criteri da adottare per le questioni finanziarie. La crisi dei rifugiati è ora l'ultima divisione nel’integrazione europea.
Il Regno Unito ha apertamente dichiarato che accetteranno solo un numero simbolico di 10.000 rifugiati, mentre una nuova divisione Ovest-Est è diventata evidente, con una forte opposizione da parte dell'Europa orientale a ricevere qualsiasi rifugiato. Il concetto di solidarietà è di nuovo fuori dall'equazione.
La Germania è stata motivata dalla realtà demografica: ci sono 800.000 posti di lavoro vacanti e ha bisogno di almeno 500.000 immigrati all'anno per restare competitivi e mantenere in vita il prprio sistema pensionistico.
Quella mentalità dovrebbe essere ancora più chiara nei paesi dell'Europa orientale, che stanno vivendo il crescente declino demografico.
Alla fine del comunismo nel 1989, la Bulgaria aveva una popolazione di 9.000.000. E' ora di 7,2 milioni, più piccola di Austria e Svezia. Si stima che perda un ulteriore 7% nel 2030 e 28,5% nel 2050. La Romania perderà il 22 per cento nel 2050, seguita da Ucraina (20%), Moldavia (20%), Bosnia-Erzegovina (19,5%), Lettonia (19%), Lituania (17,5%), Serbia (17%), Croazia (16%) e Ungheria (16%).
Nonostante ciò, tutti i paesi dell'Europa orientale hanno sostenuto la ribellione britannica, adottando una ferma posizione nel rifiutare di accogliere i rifugiati. La sua spiegazione è che non aveva niente a che fare con il cambiamento di regime in Iraq, Siria e Libia - che è fondamentalmente una responsabilità americana e dell'Europa occidentale - e che si sono uniti all'Europa non per adottare la solidarietà, ma per accrescere il loro livello di vita dopo 50 anni di comunismo.
Ora l'idea di integrazione europea sta per affrontare una sfida cruciale: la Gran Bretagna terrà un referendum alla fine del 2017, per decidere se rimanere o lasciare l'Unione europea. Il primo ministro Cameron, ha ideato questa consultazione, al fine di rinegoziare con la UE le condizioni della partecipazione britannica, ottenere sufficienti concessioni per placare gli euroscettici e vincere il referendum a favore dell'Europa.
Solo 10 anni fa, una tale mossa non avrebbe condotto da nessuna parte. Ma ora le cose sono diverse e vi è una tendenza generale nei paesi europei per riprendere il più possibile lo spazio ceduto all'Unione europea. La Germania ha già indicato che è aperta al dibattito e che desidera evitare la Brexit, per quanto possibile. Cameron non ha fornito dettagli delle condizioni per continuare a restare nell'UE.
Tuttavia, vi è un ampio consenso sul fatto che queste condizioni saranno sullo sganciamento dalla integrazione politica europea, sulla richiesta di un carattere eccezionale per il settore finanziario britannico, sull’esigenza di mettere bocca nelle decisioni della zona euro, anche se il Regno Unito non ne sia membro, sull’eliminazione delle prestazioni sociali per gli immigrati europei e sul mettere becco da parte del Parlamento britannico sulle decisioni europee. Cameron ha già detto che si ritirerà dalla Corte di giustizia europea.
Una volta che la Gran Bretagna ottenga queste concessioni o parte di esse, seguiranno altri paesi, a cominciare dall'Ungheria. E questa sarà la fine del processo di integrazione europea. Prendiamo il percorso di EFTA invece della rotta prevista dai padri fondatori: Adenauer, Schumann, Spaak e De Gasperi ...
Nel frattempo, l'Europa dovrà accettare di non sarà la società omogenea e bianca che la destra ed i partiti xenofobi sognano di ripristinare. La mancanza di governance globale ha causato l'incredibile cifra di 60 milioni di rifugiati. Di questi, 15 milioni vivono nei campi profughi.
Uno di quelli, Dadaab, in Kenya, ora ha mezzo milione di persone, più della popolazione di diversi stati membri delle Nazioni Unite, come Bahamas, Liechtenstein o Vanuatu. Si ritiene che entro il 2030 il cambiamento climatico causerà altri 10 milioni di rifugiati.
Solidarietà o no, la demografia dell'Europa richiederà l'arrivo di diversi milioni di persone. Quale sarà l'Europa del 2030?

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* Giornalista italiano-argentino. Co-fondatore ed ex direttore generale di Inter Press Service (IPS). Negli ultimi anni ha anche fondato Other News, un servizio che fornisce “informazioni che i mercati eliminano”. Other News. In spagnolo: www.other-news.info/noticias/ in inglese: www.other-net.info

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