Il premier alza la voce in Europa, ma il paese è diviso

La sfida europea e le debolezze interne
di Roberto Mostarda

La dinamica politica nazionale sembra caratterizzata da sempre da un piattume organizzato che sembra consuetudine abitudinaria, inframezzato da esplosioni di varia natura ed entità su temi spesso carsici del nostro sistema paese. Ecco allora che come in altre stagioni di forte cambiamento si avverte quel dato di estemporaneità che sovente altri paesi europei indicano come elemento di rischio. Come a dire, se in un dato momento non si riesce a risolvere il dato argomento, parliamo d’altro e via dilazionando.
E’ il caso da manuale al quale assistiamo nel crescere dei toni, delle manifestazioni sul tema dei diritti civili (e in esso, di quelli delle coppie omosessuali che spesso sembrano essere l’unico argomento al centro del dibattito, mentre ne sono certamente uno, ma uno degli elementi in gioco).
Da un lato abbiamo il duro confronto a livello continentale tra il governo italiano e la Commissione di Bruxelles che va detto, ogni anno, all’avvicinarsi delle decisioni sulla legge di stabilità provoca un rialzo di temperatura nei pur plumbei palazzi dell’euroburocrazia. Dall’altro i temi interni, le emergenze economiche e sociali che ancora stentano a trovare la strada di una soluzione coordinata e complessiva per un’oggettiva divisione che attraversa la politica, le forze politiche, il Paese ancora in attesa di risposte chiare.
La sensazione – ed è quello che si percepisce leggendo e ascoltando opinioni, prese di posizione, e così via – è che il pur sacrosanto confronto sulle unioni civili e sui diritti civili sia more solito elemento che fa deflagrare le contraddizioni invece di cercare le soluzioni e che nel sacrosanto richiamo alla libertà di coscienza dei parlamentari, apra la porta al tutti liberi da impegni di altro genere. Cioè a dire il rischio che un tema di civiltà che va affrontato e deve trovare soluzioni degne di un paese moderno e democratico, divenga solo materiale da polverone, da radicalizzazione sociale almeno nelle intenzioni delle diverse parti in causa. E non perno sul quale far ruotare un effettivo avanzamento delle nostre istituzioni.
Se si guarda al dibattito parlamentare e politico di queste settimane, sembra che il tema diritti civili, sia l’unico del quale l’Italia si sta occupando, tralasciando le emergenze internazionali, quelle del terrorismo islamico in Libia, del ruolo dell’Italia nello scacchiere, delle questioni economiche, finanziare, bancarie. Come se chiodo potesse scacciare chiodo, Così non è non deve essere!
Assistiamo così ad un premier e ad un governo che continuano il confronto internazionale anche aspro in Europa, che colgono il segno di interesse verso l’Italia di grandi multinazionali con ricadute di lavoro e occupazione nel medio periodo; che partecipano al duro dibattito europeo sul tema migranti, sopravvivenza di Schengen (ossia di quella libera area comune salutata tanti anni fa come il nuovo passo della costruzione comune), ruolo del vecchio continente nella lotta al terrorismo che ne lambisce i confini meridionali e orientali. E ad un paese che invece fotografa una realtà diversa: tensione sociale che cresce nei siti produttivi in difficoltà, politica interessata più alle scelte amministrative che ci attendono e, appunto, il confronto sui diritti civili. Nulla di più scoordinato. Sembra ancora una volta, mutatis mutandis, di assistere a due paesi o a due forme di paese che vanno in direzioni e a velocità variabili e non coincidenti. Il solito balletto per cui un giorno l’occupazione cresce, un altro scende; le banche sono solide ma fino a un certo punto; la crescita c’è, gli indicatori lo segnalano ma situazioni incancrenite come l’Ilva e simili con il corredo di politica sindacale, sembrano prese di peso da un altro secolo. Manca un elemento che colleghi tutto questo e la sensazione di sbandamento è forte.
E’ se possiamo dirlo l’eterna rivincita del particolare, del settoriale, di quel morbo che intacca da decenni il paese e ha impedito la creazione di un sistema paese nel vero senso della parola. Il premier, allora, con le sue certezze incrollabili sembra indicare la direzione, le prospettive, le possibilità e sulla base di questo alza anche il tono del confronto europeo cercando di dare prova dell’esistenza di quel sistema Italia che tutti vorrebbero, ma ha davanti interlocutori politici che sembrano in tutt’altre faccende affaccendati. Come sempre manca il Paese, la cui autorevolezza nasce non soltanto dalla capacità di chi governa, ma dalla sensazione di un corpus che si muove dialetticamente ma nella stessa direzione.
Un interlocutore straniero, europeo o meno, ha la possibilità di avvertire questa forza comune, questo sistema, affacciandosi sul nostro scenario nazionale? Riesce a vedere un paese in marcia nelle posizioni di Grillo, di Salvini, dell’ex cavaliere e affini, del Pd che sembra una confederazione e in un’area di sinistra a caccia di farfalle?
E’ sconsolante ma la risposta è negativa e senza voler essere a tutti i costi critici e contrari per definizione. Troppe Italie possibili o vagheggiate, pochi elementi per ricondurre ad unum almeno una di esse. Intanto i treni anche internazionali passano e a velocità crescente. Sarebbe opportuno accorgersene per avere come paese – non come esecutivo pro tempore – la giusta autorevolezza che l’Italia merita in quanto tale!

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