Esigenze di giustizia e lotta politica

Energia, petrolio e... vecchi merletti
di Roberto Mostarda

Due cose vanno evitate: da un lato la sindrome del complotto, dall’altro la beata incoscienza di chi pensa di vivere nel migliore dei mondi. Detto questo e facendone uso nel riflettere su quanto accade, non si può non notare una singolare concomitanza di eventi.
Ci riferiamo, nella nostra spumeggiante attualità politica sempre ricca di colpi di scena o presunti tali, all’inchiesta sul petrolio in Basilicata che ha indotto alle dimissioni la ministra per lo sviluppo economico e il prossimo referendum sulle trivelle in alto mare al largo delle coste di alcune regioni. Tenendo ben presente la lente di analisi di cui sopra non possiamo sottacere qualche considerazione. E’ plausibile che un’inchiesta in corso da almeno tre anni deflagri a due settimane dal voto referendario sul tema infuocato delle trivellazioni petrolifere? La giustizia, è indubitabile, deve fare il suo corso e il lavoro dei magistrati non può tenere conto del calendario politico! Tuttavia pensare che quanto accaduto sia casuale significa autodefinirsi dei beoti! E’ evidente che la pressione politica e mediatica sul referendum, gli schieramenti che come al solito si creano su parole d’ordine semplici per problemi complessi (si sa, per qualcuno, gli italiani non sono molto attenti e anche poco intelligenti...) per rendere più facile la vittoria della propria tesi, un’influenza la esercitano e la eserciteranno.
La magistratura, dunque, fa il suo lavoro, ma la politica che sembra incapace di rialzarsi dal baratro in cui è caduta, continua a strumentalizzare ogni passaggio giudiziario. Ed è facile in questo momento gridare allo scandalo e decantare la scelta del sì, corroborati dal fatto che in Val d’Agri il petrolio e il gas sono come è sempre accaduto nel nostro paese, al centro di meccanismi di potere locale e intrecciati anche a livello internazionale. Del resto, in questa temperie, votare no potrebbe apparire un favore ad affaristi e personaggi senza scrupoli. Tant’è. Ancora una volta una questione importante viene posta in modo improprio e su di essa si formano i soliti schieramenti tra i “buoni” e i “cattivi”. Come in un asilo infantile. Nessuno si impegna realmente per far comprendere di cosa si discuta. Il voto infatti deciderà sullo sfruttamento dei pozzi in alto mare sino a scadenza della concessione estrattiva (se si voterà sì), oppure sino ad esaurimento delle riserve (se si voterà no). In pratica nulla a che vedere con la battaglia ideologica alla quale assistiamo. Bene che vada infatti per il sì, ci vorranno almeno una decina d’anni prima di veder ferme le trivelle. Ma si sa in questo campo nel nostro paese si è maestri nell’autolesionismo del famoso marito che voleva far dispetto alla consorte!
E questo ci porta anche a ricordare come a distanza di decenni dal referendum sul nucleare ancora paghiamo con le nostre tasse per la cosiddetta uscita dall’atomo, in termini di costi per lo smantellamento delle centrali spente e del materiale fissile da stoccare altrove. Allora, però, qualcuno volle convincerci che stavamo decidendo l’uscita dal nucleare: nulla di tutto questo era previsto nel quesito referendario. La scelta fu politica (e sotto un certo aspetto positiva), ma il referendum non era diretto su quella scelta, come oggi non si tratta si bloccare le trivelle come qualcuno contrabbanda per ingraziarsi un voto.
I problemi energetici del nostro paese sono pesantissimi e cruciali per la capacità di tenuta del sistema economico e produttivo. La bolletta energetica nazionale che vede oltre il 70 per cento di dipendenza dall’esterno è un fenomenale macigno che frena competitività e slancio di ripresa. Ed è incredibile come con una palla al piede di questo livello le imprese italiane siano riuscite a sopravvivere in gran parte e a continuare a produrre. Dove il sapore diviene ancor più sgradevole è quando pensiamo a quanto paghiamo ogni piccola necessità quotidiana e che ogni euro è gravato da quel peso energetico improduttivo.
Ben vengano soluzioni innovative, scelte che guardano al futuro, ma sarebbe criminale far finta di niente e gabellare che scelte come quella che si richiede possano rovesciare questa situazione. Ancor di più non siamo una monade autosufficiente e questo è un dato di fatto, ma siamo all’interno di un sistema internazionale dove l’energia e le scelte energetiche non sono materia da anime pie, come dimostrano i disastri mediorientali e molte altre vicende.
E vi è anche un altro aspetto. La vicenda referendaria – e quella appena esplosa dello scandalo petrolifero in Basilicata – si stanno incrociando con lo scontro politico dentro il Pd e di quest’ultimo e della maggioranza di governo con le altre forze politiche in vista delle amministrative. Un mix esplosivo dove per alcuni la posta in gioco è tentare di mandare a casa anzitempo l’esecutivo con intenti differenziati tra centrodestra e movimento cinquestelle e per il premier e i suoi alleati scongiurare questa evenienza. Naturalmente in tutto questo baillame i problemi del paese rischiano di incagliarsi, mentre il tono del dibattito è tornato quello di sempre: voi non sapete governare, soltanto noi possiamo salvare il paese! E via esasperando.
Ancora una volta, invece che delineare i contorni di un’azione positiva per il paese si assiste alla prevalenza di interessi particolari in scontro tra loro. Insomma la nostra vita politica sembra non riuscire ad allontanarsi dall’epopea dei “vecchi merletti” che l’hanno caratterizzata sino ad ora! E continua a riavvolgersi su se stessa senza un apparente significato e ritardando ogni vera, necessaria e ineliminabile azione a favore del paese!

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