Referendum trivelle. Foto di Umberto NURS - CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48204876

Dopo il referendum la solita saga di teorie e distinguo

Vincitori e vinti, chi lo sa?
di Roberto Mostarda

Nel nostro paese si può votare liberamente da 70 anni e da oltre 40 si può sottoporre al popolo un referendum nelle varie forme previste dalla legge istitutiva di questo democratico strumento. Una realtà che può essere analizzata sotto varie angolazioni, con varie gradazioni di valore, ma che è lì come dato ontologico.
Accade però che dopo decenni di partecipazione plebiscitaria (insolita in Occidente) anche da noi la partecipazione al voto abbia subito una costante e progressiva decrescita. Per alcuni il segno di una maturazione dell’elettorato, per altri segno di una distanza o disaffezione nei confronti della politica. Come sempre ogni angolo visuale ha la sua parte di verità. La stessa parabola è stata vissuta dall’istituto referendario con un piccolo elemento di differenza: trattandosi di scelte anche politicamente orientate, ma non di politica stretta, la debacle della partecipazione è stata esponenziale e non come si vorrebbe far credere per ignoranza o distacco degli italiani, ma per inflazione dello strumento.
Il referendum, purtroppo, è stato spesso visto dai promotori come un mezzo per attaccare il governo al momento vigente, scardinare impianti legislativi per creare le premesse di “cambiamenti epocali”. Insomma come strumento della politica e non come dovrebbe un mezzo per dare la parola al popolo come pomposamente si è concionato per anni. Nulla di più fallace! Il solo risultato è stato quello di spezzettare la trama legislativa, il contenuto delle norma, rimandando a correzioni ed integrazioni che non sono mai state adottate in costanza del confronto sul tema via via proposto e depotenziando per osmosi concettuale anche il voto politico o amministrativo. Con il risultato che è sotto gli occhi di tutti: una guerra tra gruppi, tra movimenti e partiti, tra partiti e sindacati e via degenerando. Molto lontani dall’obbiettivo semplice ed essenziale che aveva mosso (si perdoni il bisticcio) i promotori negli anni settanta dello scorso secolo. Ed è arduo come qualcuno fa ancora, sottolineare l’importanza del confronto anche aspro sui temi, perché di esso spesso non vi è traccia neppure tra coloro che propongono i referendum. Si va avanti per slogan semplificatori di problemi complessi e banalizzazione di scelte strategiche e queste sì potenzialmente epocali!
Ulteriore elemento chiarificatore della confusione imperante, un altro “assioma” per così dire, del prima e del dopo voto. Come per gli appuntamenti politici o amministrativi, prima si afferma di avere la vittoria in tasca, dopo si dice di aver vinto anche quando si è perso, numeri alla mano che non permettono alibi.
Questo è il motivo conduttore di settanta anni di politica nazionale. Non vi è stata elezione, voto locale e via discorrendo, nel quale qualcuno abbia detto di aver perso. Hanno sempre vinto tutti. Vinceva il Pci, rosicchiando un po’ di voti moderati ma perdendo le elezioni per 50 anni, vinceva la Dc che ad ogni elezione perdeva parte della sua forza, vincevano con algebriche elucubrazioni tutti i piccoli partiti che “confermavano” la loro presenza politica, il valore della loro testimonianza e così argomentando.
Trasferendo i concetti sui referendum, non si è mai visto un proponente dichiarare la sconfitta dinanzi all’impietoso valore assoluto dei numeri. “Sì è vero il popolo ha respinto ma resta fondamentale l’apporto di coloro che hanno creduto nella battaglia, la loro testimonianza è preziosa e ne debbono tenere conto coloro che al governo decideranno sui temi oggetto della prova referendaria”. Frasi di circostanza, pannicelli caldi sulla sconfitta, certamente no! Affermazioni fatte quarant’anni fa quando la partecipazione era massiccia? Assolutamente no! Sono frasi estrapolate dalle dichiarazioni di chi ha visto il referendum cosiddetto sulle trivelle, respinto per mancanza del quorum pochi giorni fa. Dunque, due terzi degli italiani che hanno bocciato con astensione e no il quesito come proposto non hanno “vinto”. A vincere sono quei milioni di italiani che si sono espressi a stragrande maggioranza per il sì obiettivo del voto! Non c’è che dire: la sagacia e la sfrontatezza non hanno limiti, come anche la sicumera che quanto sottoposto agli elettori fosse verità evangelica e non inutile grimaldello in un meccanismo che avrebbe bisogno di ben altre decisioni strategiche.
Ancor di più, a dimostrazione di quale fosse il significato che chi ha proposto il referendum si prefiggeva, l’affermazione fuori contesto tipo “lucciole per lanterne”, che i voti del sì sono tanti quanti quelli che il Pd ha ottenuto alle politiche! Si proprio così! Dunque chi è andato a votare sì o no convinto di decidere qualcosa sulle trivelle in mare, in realtà stava partecipando a una forma succedanea e nascosta di “primarie” politiche? Non c’è che dire, un bell’esempio di chiarezza e di onestà intellettuale nei confronti dei cittadini!
Chi governa, per definizione, sa o deve sapere che chi vota contro o non è d’accordo è importante tanto quanto chi vota a favore. In una certa angolazione anche di più, perché va convinto della bontà delle scelte.
Ecco allora che superate le asperità del confronto, le ripicche mediatiche e le affermazioni insensate se il popolo è ancora sovrano (ricordare sempre che la gente non è affatto stupida e ignorante come si vorrebbe gabellare accusando che invita ad astenersi e non per andare al mare: sarebbe ora di smetterla con questa offesa alla nostra intelligenza), chi decide deve avviare ancor più di prima una riflessione e una programmazione strategica per il paese sul fronte energia. Decidendo se dobbiamo provare a renderci più autonomi e come farlo senza deturpare l’ambiente, come conservare i posti di lavoro e farli crescere, come armonizzare la nostra bolletta energetica nella direzione più istintivamente logica: contenere l’inquinamento e abbassare i costi!
Una missione epocale che non si può far imbastardire con l’uso dissennato ed improprio di strumenti nati per permettere al popolo di esprimersi e di vedere rispettato da tutti il proprio responso!

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