Riforme, ma quali sono le forme?

Cercasi approdo per i moderati
di Roberto Mostarda

Il cammino delle riforme si interseca storicamente con una serie di trasformazioni in atto nella politica e della politica nazionale. Di riforme si ha bisogno, si sente il bisogno, si parla da decenni. Molte sono state avviate, altre tentate, altre abbozzate. Mai una riforma ampia e totale è stata mai condotta a compimento. Con il risultato di mezze riforme, di riforme a pezzetti o di pezzetti di riforme che hanno intasato e reso ancor più difficile l’ammodernamento del sistema dello Stato e delle sua articolazioni politiche, economiche, sociali. Un risultato nefasto che ha coinciso con la crisi finale della politica del passato e con la complessità di ricreare basi nuove alla politica stessa per consentirle il contributo ineliminabile che essa deve dare in un contesto come quello italiano, fatto di rappresentatività e parlamentarismo nonostante le lamentazioni di alcuni.
Ecco dunque che dinanzi agli ennesimi allarmi per la democrazia e per la libertà che si sollevano nei giorni in cui si ricorda la Liberazione del paese, dinanzi alla tragedia vera che ci è alle spalle, risulta quanto meno improponibile un’analisi dell’esistente fatta con la lente di settant’anni fa. E’ offensivo per chi ha dato la vita per la libertà di tutti noi, è inaccettabile per chi deve vivere in un paese diverso, lontano da quello in cui si compiva la lotta contro il nazifascismo. Un paese non perfetto, con molti problemi ma fatto di cittadini molti più consapevoli e coerenti di quanto alte menti continuino a pensare, che non ha bisogno di numi tutelari e di garanzie altre da quella della difesa ogni giorno, in ogni luogo, dei diritti inalienabili che ci fanno cittadini.
E’ a questo punto ci si para davanti, con la nuova presa di posizione contro la riforma costituzionale che si avvia al voto referendario di ottobre, una piccola umile ma non secondaria domanda: se le riforme vanno fatte e tutti sono d’accordo, non sarebbe il caso di chiarire a tutti e una volta per tutte quali sono le “forme” cui occorre mettere mano per dare valore al prefisso “ri” che indica la necessità, l’opportunità di modificarle in meglio per renderle più adatte al paese di oggi? E’ chiaro che il nodo sia in questo passaggio: parlare della stessa cosa e non di cosa lontane anni luce! La Costituzione, malgrado gli alti lai di chi si erge ad interpretarla e difenderla in nome di un malinteso e non chiaro concetto di “noi sappiamo e capiamo... voi no!”, ha in sé gli anticorpi e le difese nei confronti di chi intendesse attentarne le fondamenta. I cittadini italiani lo sanno bene e malgrado qualche disorientamento, sanno anche dove vorrebbero veder arrivare il loro paese, a quale approdo nel novero di stati più moderni ed efficienti. Continuare dunque a sollevare dubbi, allarmi, veri anatemi non è dibattito politico ma arrogarsi poteri di veto dei quali sarebbe interessante analizzare le fondamenta. E’ in Parlamento che certe questioni si devono affrontare per adottare provvedimenti e soluzioni che tengano in conto tutti i punti caldi. Spostare la tribuna per dire solo ciò che non si deve fare o dare fuoco alle polveri nelle piazze non ha nulla a che vedere con il confronto politico e questo sì che si allontana dai principi costituzionali! Ma, si dirà, le riforme a maggioranza non rispettano il largo consenso. Certamente un fondamento c’è in questa obiezione, peccato che nessuna riforma nel nostro paese sia mai stata fatta ad amplissima maggioranza ma sempre a maggioranza! Ed è anche evidente che se nessuna riforma si dovrebbe fare a maggioranza, nessuna riforma si farà in un paese dove il potere di veto è l’unico e inossidabile strumento per governare pur senza essere nei palazzi del governo o del parlamento!
Un po’ di chiarezza e di onestà intellettuale e meno ipocrisia, dunque, non guasterebbero! A guadagnarne sarebbero tutti, le riforme in primis, le preoccupazioni legittime subito dopo, le garanzie per ognuno in definitiva!
Osservavamo che il cammino delle riforme si interseca con la crisi della politica. Tutto questo assume plastica linearità se guardiamo a ciò che accade nei partiti e soprattutto nel centrodestra. Se infatti nel Pd continua la guerra tra gruppi di potere alla ricerca del predominio, se i Cinquestelle del dopo Casaleggio dovranno decidere esattamente cosa fare da grandi quando i cittadini italiani si esprimeranno, è nel centrodestra che i problemi stanno esplodendo. Il balletto delle candidature amministrative, il caos di Roma mostrano due cose: la fine della leadership dell’ex cavaliere, l’assenza di delfini e l’assenza di leader credibili di statura nazionale.
Il vero dramma, dunque, è semplicemente quello che riguarda i moderati di questo paese e dove potranno trovare un approdo. E’ evidente infatti che l’eclissi del berlusconismo e i colpi che esso riceve dagli emergenti leaderini della Lega e di altre formazioni con spinte antisistema ed euroscettiche, pongono molti milioni di italiani senza più riferimento di fronte alla necessità di scegliere dove far convergere politicamente la propria ansia di stabilità, di progresso, di sviluppo, di occupazione , di un paese in equilibrio e capace di guardare avanti.
Anche se le parole “parlano” d’altro, anche se la battaglia elettorale assume toni foschi, drammatici, nibelungici, è proprio questo il nodo da risolvere e dalla cui soluzione potranno derivare elementi positivi per il futuro: un approdo serio e politicamente stabile a quegli italiani, e sono la stragrande maggioranza, che possiamo definire moderati, non conservatori, ma democratici e progressisti con una visione equilibrata e matura delle pagine ancora da scrivere per il futuro della convivenza nazionale e del benessere da ricostruire! Sarebbe bene non dimenticarli!
E se ad essi guarda certamente il premier non è soltanto per tattica ma perché si rende conto che solo in quella area si situa la possibilità di scelte organiche, coerenti, mature per il paese. Altri leader e altre forze politiche farebbero bene a occuparsi di questo tema presente al fondo della politica e non da oggi. Altrimenti assisteremo a politiche e governi fatti sostanzialmente da minoranze, mentre la grande maggioranza del paese sta alla finestra, incredulo, esasperato, scoraggiato. E questa esclusione è letale proprio per la difesa delle fondamenta del sistema democratico, in un paese come il nostro abituato via via a conformismo, concertazione, coabitazione, unità nazionale, ma mai alla vera, unica, necessaria dialettica democratica tout court dove la maggioranza deve esprimere il consenso e sostenere la politica alta e non il continuo altalenante e defatigante squilibrio tra le volontà delle minoranze. La disaffezione al voto anche nelle elezioni politiche e amministrative con il suo trend in salita dovrebbe far riflettere tutti per trovare le giuste risposte! Una democrazia senza il consenso del 30, 40, 50 per cento degli aventi diritto al voto è una democrazia sempre più debole e sempre meno “democratica”!

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