Amministrative o prove generali di qualcosa d’altro

Scelta dei sindaci o attacco al governo
di Roberto Mostarda

Le prossime elezioni amministrative che vedono impegnate alcune delle più importanti realtà nazionali come Roma e Milano, saranno certamente importanti per i risultati e per le indicazioni che verranno sul reale sentire dell’elettorato.
Al di là delle contese eminentemente locali, infatti, non vi è dubbio che la valenza che si è arrivati ad annettere al voto si sia in qualche modo saldata con il duro confronto in vista del referendum d’autunno sulle riforme costituzionali.
Come a dire che i problemi locali rischiano di fare da contorno, al di là della loro immanenza e complessità come nel caso della capitale, all’inevitabile scontro in cui si sostanzierà il confronto sui mutamenti costituzionali approvati dalle Camere.
I nodi strutturali del sistema Italia, le emergenze economiche e occupazionali alle quali si cerca di porre argine e trovare soluzioni, appaiono ogni giorno che passa più uno sfondo mentre tornano ad emergere i soliti temi legati alla battaglia in atto tra chi vuole cambiare il paese ed assumere anche decisioni non scontate e quanti si richiamano alle, per loro sempre, immutabili regole alle quali non si deve derogare, con il corollario del ritorno a formule consociative, al decidere di non decidere e via dicendo.
Esempio spettacolare di questa situazione, il recente referendum sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nelle acque territoriali, cosiddetto sulle trivelle. Proprio la semplificazione lessicale, usata per raccogliere un facile e immediato consenso, ha creato un divario tra il supposto e il reale. Dire sì o dire no non equivaleva ad eliminare o meno, come per incanto, gli impianti estrattivi davanti alle coste, ma al massimo (questo il risultato di un voto a favore del quesito) di limitare nel tempo l’estrazione per farla concludere a fine licenza (in media un tempo di anni ancora sino ad una dozzina) invece che ad esaurimento dei pozzi (con rinnovo delle licenze periodiche di estrazione).
C’è qualcuno che abbia sentito parlare i politici, i promotori e i detrattori, del tema ambientale, della necessità di salvaguardare il bene dei nostri litorali come argomento centrale del perché andare a votare? Qualcuno potrebbe dire di sì, ma la realtà e stata ben diversa. Qualche parolina d’obbligo è stata usata nei comizi, un “gettone di presenza” potremmo dire, ma in realtà si è capito abbastanza presto che sotteso al quesito vi era ben altro, un tentativo talmente smaccato da emergere senza possibilità di dubbio: cominciare un attacco diretto e inequivocabile al governo e al premier con oggetto non le “trivelle” o presunte tali, ma il piano delle riforme e delle decisioni non sempre gradite in economia, sul lavoro, nella finanza! O ancora sui migranti o in Europa.
Il risultato negativo, la disaffezione al voto sono stati figli di tutto questo. La sensazione di votare per qualcosa di improprio ha colto la stragrande maggioranza degli italiani che non hanno votato perché lo abbia detto il premier, ma per una precisa sensazione di essere “presi per il naso”, cosa che all’italiano medio risulta indigeribile. Un’occasione persa anche perché chi ha perso ha detto di aver vinto considerando il 30 per cento dei voti espressi un segnale di base elettorale da cui partire, per dove: per battere il governo sulle riforme, come hanno detto i promotori senza mezzi termini. E chi ha vinto non ha compreso che il 70 per cento di astensioni non è stato un voto a favore. Due abbagli colossali!
Se ora pensiamo al voto amministrativo è altissimo il rischio della stessa confusione. I più chiari per ragioni obiettivamente logiche sono i cinquestelle. Per loro vincere a Roma ad esempio è il punto di partenza per... “arrivare” al governo nazionale. Caspita, verrebbe da dire! Ma loro non hanno tema di smentite e non arrossiscono neppure di fronte alle frequenti gastronerie di cui si ammantano. Ma va detto, sono ancora dei neofiti peraltro molto (troppo?) smaliziati nella finzione di essere estranei a tutto il passato della politica.
Il confronto politico, anche per le altre formazioni nel centrosinistra e quel che appare nel centrodestra, sembra manifestarsi più come una battaglia campale per la “conquista” di alcune bandierine sul campo necessarie per il futuro scontro autunnale che non per dare risposte ai grandi problemi che molte aree urbane lamentano e da troppo tempo. Anche qui il caso di Roma è emblematico: la capitale ha bisogno di scelte strutturali, epocali, fatte per avviare un’amministrazione degna di una realtà a parte nel quadro nazionale, una sorta di distretto “federale”, dove convivono ambasciate di due stati sovrani, sedi di organismi internazionali (basti pensare alla Fao, al World Food Programme  e altre decine di casi consimili). Le altre grandi realtà, come Milano per fare l’esempio più eclatante, hanno necessità di scelte che liberino le energie positive e diano una spinta verso la ripresa economica e produttiva! Si parla di questo? NO! Si continua a farfugliare accuse contro chi ha amministrato in passato, ci si punzecchia su ogni aspetto, sui “minimis” (di cui peraltro “non curat pretor” come dicevano i latini) e si promette, si promette, si promette. A volte mestamente date le condizioni reali, ma si promette: se vinciamo, se ci date la fiducia tutto cambia e andiamo verso la verità, l’onestà, la politica alta e via dicendo. Per chi ogni giorno rischia la vita per le buche stradali potrebbe apparire quasi un insulto, ma si sa la politica è fatta così!
E, mentre il malaffare continua ad emergere attraverso le inchieste giudiziarie, invece di dare subito risposte inequivocabili, si continua a parlare d’altro! E come osservavamo, si parla di riforme istituzionali, di referendum di ottobre, come se votare in primavera a Roma o Milano, volesse dire porre le basi per quel che accadrà in autunno. Ancora una volta si scambiamo lucciole per lanterne e si rischia di prendere in giro gli elettori. I quali ricordiamolo sempre, non sono dei beoti e hanno – malgrado quanto si dica - memoria di elefante. Malaugurato il giorno in cui volessero fare un redde rationem e piazza pulita! Forse, però, proprio da questo garbuglio potrebbero cogliere il senso da dare al voto futuro, sbaragliando confusioni e opacità e dando corso ad un reale cambiamento del paese. L’alternativa è sempre la stessa, il ritorno alla palude e a quel neologismo di Grillo che voleva essere un realistico programma “politico” ma che è invece stato e resta un’”offesa” agli italiani: la “decrescita felice”! Una sorta di orizzonte tafazziano, di autolesionismo più che catartico, estremamente “rischioso”!

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