Palazzo Chigi Senato, comunicazioni di Renzi in vista del Consiglio UE | by Palazzochigi (Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic)

Crisi del Pd, vuoto nel centrodestra, rebus 5Stelle

Separati in casa
di Roberto Mostarda

La Corte costituzionale ha deciso e motivato la sua decisione sulla legge elettorale, lasciando espressamente al Parlamento e alla politica, il compito di coordinare ed armonizzare i sistemi elettorali delle Camere in vista di un voto da tutti indicato come imminente e necessario ma che in realtà sembra quasi esorcizzato al contrario.
Sembrano passati secoli da quando i sostenitori del no referendario avevano per così dire assunto la leadership del “nuovo” modo di affrontare il confronto istituzionale, in realtà il vecchio caro metodo della concertazione all’origine della maggior parte dei mali del sistema Italia. Di essi non rimane neppure l’eco, ma la sostanziale accozzaglia che l’antirenzismo aveva provocato, nel suo sfaldarsi ha disseminato elementi di crisi ulteriore nel sistema che sembra avvitato in un meccanismo autodistruttivo dal quale non sembrano indenni neppure gli ultimi arrivati, i cinquestelle.
E sembra prevalere la necessità di una sorta di autoreferenzialità, una fase di discussione e di scontro all’interno di partiti, movimenti o di quel che ne rimane dopo le varie scissioni dell’atomo politico nazionale. Uno status che non esclude l’andare a votare, certo, ma che lo fa apparire più che un salto nel buio, un vero andare direttamente a cozzare contro un muro.
L’incertezza che ne deriva sta già producendo i suoi nefasti effetti a livello europeo. Non solo per il rischio di procedure di infrazione sul fronte dei conti pubblici e del debito, quanto per la sensazione che si genera nei vertici dell’Unione e nei paesi più importanti, come Germania, Francia e gli altri a loro vicini, sulla possibilità non remota di una nuova fase di instabilità del nostro paese e di sostanziale inaffidabilità sul fronte degli impegni da mantenere. Situazione che unita al rafforzarsi di spinte anti europeiste e antieuro o quanto meno di euroscetticismo, non fa ben sperare per la tenuta complessiva. E che non fa che deprimere la già minima e incespicante ripresa economica nazionale.
Una rapida fotografia dello stato del nostro mondo politico mostra in tutta evidenza un male comune: la spaccatura interna, la vita da separati in casa che coinvolge centrosinistra e centrodestra in primis, ma con effetti anche sulla tenuta del movimento grillino che oltre ad aver perso pezzi per strada è attraversato in modo evidente da equivoci di fondo che presto o tardi esploderanno malgrado il pungo di ferro del guru. Una condizione che non ha a che fare direttamente con lo sfascio amministrativo della capitale, ma che da esso trae elementi venefici e rischia di ridisegnare a breve anche molti aspetti della leadership pentastellata. Non inganni infatti la sicumera di Grillo sull’andare da soli, sull’avere la maggioranza del paese e così via! Le linee di faglia all’interno del movimento sono attive e i rischi sono tanto più preoccupanti quanto più il consenso dovesse essere ancora crescente in vista del voto delle politiche sia esso in questo anno o nel prossimo a scadenza naturale della legislatura.
Se i 5Stelle sono e restano sempre un sostanziale rebus difficile da decrittare o talmente semplice da capire da risultare per ciò stesso complesso, è lo stato degli altri due schieramenti a generare forti perplessità. Seduti su un vulcano attivo, con il pericolo 5Stelle alle porte, in nessuno dei due casi sembra prevalere realmente uno spirito costruttivo.
Nel Pd si assiste alle fasi conclusive, forse, di una crisi che ha prodotto una separazione in casa talmente spinta da far volare gli stracci e porre le premesse di eventi traumatici e dagli esiti incomprensibili. Anche perché trattandosi del partito che ha la maggiore responsabilità del governo e del paese, ci si sarebbe aspettata dai suoi esponenti una maggiore consapevolezza della necessità di una barra dritta e di una condivisione di prospettive e programmi. Sembra invece che non sia mai esistita tale condivisione, tanta è la distanza che la minoranza ex comunista ha posto e sta ponendo nei confronti della maggioranza renziana. Il tono dello scontro è tale che si aspetta soltanto il momento dello sbattere di porte per non si sa quale approdo. Uno spettacolo triste e improduttivo che sta disorientando i militanti, schierati o meno, e gli elettori che non comprendono a quale forza potranno fare riferimento al momento del voto.
Non meno caotico e senza punti di riferimento, lo status del centrodestra. Qui la figura dell’ex cavaliere è quella che rappresenta la moderazione, lo sforzo di armonizzare e creare una visione unica comprensibile agli italiani dell’area deflagrata nel 2011. Di fronte a lui però si trova il leader della Lega che pensa sia giunto il suo momento di leadership nazionale e che guarda in direzione “ostinata e contraria” e non certamente moderata. Il suo obiettivo è infatti una destra euroscettica, antieuro, filorussa, e chi più ne ha più ne metta, in un ribollente menù dai toni forti e beceri, con forti sfumature antisistema che lo pongono per questo anche in antitesi con Grillo. Il risultato è che il centrodestra – parafrasando Metternich – è un’espressione geografica e non il soggetto politico che dovrebbe rappresentare l’area moderata del paese, quella scevra da fughe in avanti e da colpi di testa o da vagheggiamenti onirici ed impossibili come Italexit e simili. Un’area che vorrebbe ascoltare dai politici parole di consapevolezza, di strade chiare e di scelte comprensibili e condivisibili per il futuro del paese!

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