Partigiani garibaldini a Venezia, aprile 1945. Foto via Wikimedia Commons.

Nell’anniversario della Liberazione, il senso di un paese smarrito

Il vuoto politico di una crisi endemica
di Roberto Mostarda

Il giorno che ricorda la vittoria della democrazia sulla tirannia, il passaggio da nazione paria a collettività consapevole del futuro da costruire nella libertà, ci ha presentato, anno dopo anno la fotografia di un paese che, in senso eufemistico, potremmo dire in crisi endemica. Una fotografia che nessuna immaginazione da grand guignol potrebbe immaginare tanto in chiaroscuro e tanto in confusione.
Da molti anni la retorica della Resistenza, per la ripetizione ottusa e parziale di schemi che la storia e la ricerca storica hanno dimostrato avere molte criticità per decenni nascoste, ha fatto il suo tempo. L’anagrafe si è assunta il compito di svuotare lo scenario da quanti hanno veramente combattuto, veramente sconfitto insieme agli alleati il nazifascismo. I pochi rimasti sono guardati come elementi di un mito, da schiere di persone che per ragioni di nascita non possono essere stati partigiani, ma sono al più figli se non nipoti di essi. Una questione non da poco, mentre l’Anpi si comporta non come depositaria di un patrimonio comune ma come soggetto politico sempre più impegnato nel presente. Un presente nel quale si cerca di riportare indietro l’orologio del tempo senza intelligenza e con molte lacune.
La spaccatura verticale ancora una volta emersa - questa volta con significativi risvolti politici – tra l’associazione partigiana e la comunità ebraica ne è stata dimostrazione esauriente e chiara. I dirigenti dell’Anpi hanno infatti invitato alle celebrazioni – con spirito “democristiano” o da Ponzio Pilato si potrebbe dire - sia la comunità ebraica sia quella palestinese, con ciò creando le premesse della spaccatura: la prima ha infatti deciso di manifestare per proprio conto raccogliendo anche solidarietà politica, non accettando l’identificazione forzata e voluta di sottofondo per la quale i palestinesi hanno la loro resistenza contro lo stato ebraico.
Lasciando da parte l’analisi storica che ha portato alla nascita di Israele che affonda le sue radici nella Shoah e nelle responsabilità dei nazisti ma per omissione anche degli stessi vincitori, ma tenendola ben presente, la prima cosa alla quale la memoria deve andare e non può prescindere, è l’amicizia anche pratica che negli anni Trenta il gran mufti di Gerusalemme mostrò per Hitler e per la sua visione del mondo. Una macchia grave se si vuole parlare di resistenza palestinese oggi. Perché in quell’epoca Israele non esisteva ancora e dunque le simpatie del leader musulmano per il nazismo andrebbero analizzate e comprese appieno, anche alla luce del dopo, per dare risposte chiare ed inequivocabili. Un’analisi che guardando alle vittime del secolo breve e dei nazionalismi criminali non può mettere sullo stesso piano il pogrom ebraico provocato dalla strage nazista (l’eliminazione totale o quasi dal continente europeo) e la diaspora palestinese. E questo senza sottacere le responsabilità che lo stato ebraico nei decenni ha certamente avuto ed ha nella impossibilità di risolvere il nodo mediorientale e la convivenza con i palestinesi.
Ecco allora che di ignoranza in ignoranza, e soprattutto in ignoranza colpevole si assiste a comportamenti e tesi che non possono far parte della rievocazione storica, ma che hanno a che fare con un presente che non passa: quello appunto che infiamma il Medio Oriente. Occorre accettare lo spartiacque epocale di settant’anni fa e non continuare in una confusione indegna di un paese civile. Quello che è successo il 25 aprile mostra in tutta la sua evidenza lo smarrimento totale del paese nato in quella data del secolo scorso.
Non sono in discussione i valori della Liberazione, quelli fondanti della Costituzione che parla di libertà e eguaglianza, ma ciò che li inquina ancora oggi con logiche queste sì partigiane. Esiste nel paese un mondo che non vuol cambiare, che non vuol fare ammenda con la propria coscienza e che si ostina a pensare che l’Italia di oggi sia quella del 1945, con tutta la sua spaventosa divisione umana, le sue miserie dalle quali si riteneva ci fossimo affrancati. Sembra che settanta anni siano passati invano, che ogni tentativo di conciliare il passato con il futuro debba per forza di cose impantanarsi per forza nelle sabbie mobili di logiche fuorvianti e che hanno mostrato negli anni tutta la loro miserevole vacuità. Soltanto che sotto questa vacuità vi sono le tragedie di intere generazioni. Non si tratta di revisionismo come spesso si dice per bollare di infamia chi vuole capire, ma per permettere a tutto il paese di liberarsi di pastoie e inutili pesi e guardare avanti e guardarsi nello specchio della storia come una nazione matura, civile e democratica senza se e senza ma!
Chi dovrebbe aiutare questo percorso, fatto di storia da ricordare, valori da rinnovare ed entusiasmi da rivivere? Certamente la politica che tuttavia come l’Anpi non ha ancora compreso come superare le dicotomie dannose del passato. Soltanto che la politica di oggi è fatta dalla terza o quarta generazione da allora e dunque sarebbe il caso di arrivare ad una nuova sintesi sociale e politica per un paese che ha le sue salde fondamenta in quei giorni di gioia e di libertà, ma che sembra oggi smarrito sulla strada delle incomprensioni, delle analisi e degli slogan di comodo. Senza quella intelligenza degli avvenimenti che per Aldo Moro doveva essere la chiave per costruire il nuovo senza dimenticare! Una lezione smarrita e dimenticata come molte, troppe altre cose in questo paese alla deriva, dove si gigioneggia con le uscite dall’euro e dalla Ue, si chiede la nazionalizzazione dell’Alitalia e si alimenta la speranza di redditi di cittadinanza che in quanto redditi per essere dati a qualcuno debbono essere prodotti da qualcun altro. Una piccola regoletta aurea valida persino nella vecchia economia socialista che molti hanno dimenticato come molte altre cose! Purtroppo per tutti noi costretti a vivere alla giornata!

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