Palazzo di Montecitorio foto di Manfred Heyde

Dalla montagna, all’improvviso, il topolino: pur di andare a votare?

La fretta, una cattiva consigliera
di Roberto Mostarda

Avevamo fotografato il “balletto” in corso nel dibattito elettorale, l’impossibilità di districarsi nei meandri tecnici o tecno-politici, nei quali si trova imbrigliato il confronto tra partiti e movimenti sulla legge elettorale. Un intreccio che richiederebbe per essere superato saggezza, senso delle proporzioni, e preveggenza per quanto possibile sull’impatto che un nuovo sistema di voto comporterà per i cittadini italiani da un lato disamorati alla politica, dall’altro in attesa di sapere come potranno esprimere il loro intento.
L’ultima settimana, in un’accelerazione insensata e soprattutto di difficile comprensione, come in un gioco di prestigio sembrerebbe far uscire dal cappello a cilindro un sistema simile a quello tedesco. Un tentativo di compromesso tra il proporzionale che sembra essere tornato oggetto del desiderio di tutti e una correzione maggioritaria necessaria per consentire una governabilità non ostaggio di ogni partitino personale, come sta accadendo in questo fine di legislatura!
D’accordo su questo appaiono, sino alla prossima circonvoluzione, il Pd renziano, il Movimento 5Stelle e  Forza Italia. Disponibile purché si voti la Lega di Salvini, contrari a vario titolo gli scissionisti di Mdp, il centro alfaniano e i suoi innumerevoli succedanei, Fratelli d’Italia. Chiari gli schieramenti per una volta ma solo perché il nuovo mirabolante sistema, che potremmo definire non essendo puro, il “tedeschellum”, deve prevedere una soglia, uno sbarramento percentuale in grado di permettere un accorpamento logico tra simili, e indicare le forze principali senza troppi dubbi in omaggio alla governabilità che si cerca “che è .... sì cara”, come direbbe il poeta. Ovvio che i piccoli, costretti ad allearsi mordano il freno rischiando di non entrare in Parlamento, pur se obtorto collo, ostentano ottimismo “ce la faremo” nonostante l’accordo tra i grandi che mira ad eliminarci.
Difficile, al punto in cui siamo, non essere d’accordo! Come avvenuto troppe volte in questi anni, i partiti più grandi o considerati tali, cercando uscire dalla palude accordandosi tra di loro e dimenticando il resto. Lo facevano Dc e Pci, lo hanno fatto diessini e berlusconiani a più riprese nelle varie commissioni bicamerali, lo stanno facendo ora il Pd, Forza Italia e, guarda un po’.... , anche i 5Stelle improvvisamente folgorati sulla via di Damasco? No di certo, soltanto perché per quanto in auge elettorale almeno sinora, non potrebbero governare da soli! Tattica dunque, pura tattica con cui sperano di sbaragliare la vecchia politica.
Il nodo dello sbarramento, dunque, presenta diverse facce. Vi è quella impresentabile della parcellizzazione eccessiva alla quale si cerca di porre rimedio (bloccata dal maggioritario è sbucata di nuovo dalla finestra con i partiti di singoli parlamentari) con un correttivo quantitativo (solo se si supera un certo punto percentuale, si entra in Parlamento)! Dall’altro vi è però il rischio di eliminare la parcellizzazione ma comprimendo e annullando intere aree politiche incapaci di una comune rappresentanza. Con ciò indebolendo proprio il principio di una reale fotografia della volontà popolare. I fallimenti dei sistemi di voto di questi ultimi decenni, lo mostrano in modo lampante e senza fraintendimenti.
La legge elettorale, il sistema di espressione della volontà popolare dovrebbero essere intimamente legati ad una concezione chiara del sistema politico e parlamentare. Il referendum del dicembre scorso nella sua chiarezza, ha da un lato bloccato ogni riforma politica e dall’altro ha ripresentato pari pari alle forze politiche vecchie  e nuove, il problema centrale del modo in cui votare per avere schieramenti chiari e comprensibili.
Solo che i suoi promotori non avevano alcuna idea, neppure minima, su come affrontare il dopo. Hanno dunque consegnato al “dopo” referendum, la stessa confusione che si pretendeva di impedire! Ad essa ha cercato di porre un argine il presidente della Repubblica indicando nella serietà e nella chiarezza di un nuovo sistema elettorale, una possibile via di uscita. Chiedendo però di meditare e ragionare senza eccessiva fretta e senza calcoli partitici o elettorali immediati.
Dobbiamo purtroppo registrare che pur tra belle parole e alte definizioni democratiche, quello al quale stiamo assistendo è un possibile sbocco dettato più da mire elettorali contingenti che da un reale intento di stabilizzare i meccanismi e con essi lo svolgimento degli atti fondamentali di una democrazia.
E’ singolare, infatti, e non solo per forzature giornalistiche, che accanto agli accordi o presunti tali si parli sempre più insistentemente di voto a settembre, massimo ad ottobre, in pieno confronto sulla legge di stabilità che deve metterci al riparo da contrasti in Europa, e si abbia le sensazione di un’accelerazione immotivata e sostenuta soltanto da calcoli di altra natura che non quella dichiarata!
E’ utile ricordare l’antico detto per il quale la eccessiva velocità della gattina nel mettere al mondo i piccoli faceva loro rischiare danni fisici irreparabili. In un ambito come quello del quale si parla, il modo in cui si esprime la volontà popolare, non si può pensare di risolvere in cinque minuti ciò che cinquant’anni non si è neppure affrontato. Fare presto, in sostanza non vuol dire correre in modo insensato e incoerente, con il segreto desiderio di sbaragliare gli altri in corsa. Dietro l’angolo c’è sempre il rischio del muro!
La fretta, come la storia e la filosofia ci mostrano in modo esemplare da secoli, è sempre una cattiva consigliera! E’ bene non dimenticarlo!

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