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Riprende il confronto politico, in un quadro impazzito

Democrazia o fiction? Questo è il problema
di Roberto Mostarda

Bene o male, purché se ne parli! E’ l’espressione impiegata, molti anni or sono, da un personaggio delle cronache mondane del nostro paese. Oggi sembra essere la cifra interpretativa della fase politica che stiamo vivendo nella quale l’importante è essere presenti, farsi notare, alzare il tono della voce per sovrastare gli altri. Naturalmente con apparente pacatezza, furore, atteggiamento mediatico! L’importante è che se ne parli. Non è importante di cosa si parli!
Dopo un’estate sonnolenta e piegata dal caldo africano che ha attanagliato l’Italia, il paese si è svegliato con le prime piogge vere da mesi e anche la politica sparita dalle cronache torna a far parlare di sé. Ma di cosa?
Proviamo a fare una carrellata su quello che ci appare, mentre il paese reale vive momenti di gravissima crisi sociale come dimostrano i fatti di sangue che sembrano rincorrersi senza tregua e in essi l’inaccettabile e orribile violenza sulle donne: sintomo di un più ampio e pesante crollo di molti valori nei rapporti interpersonali ed atto di accusa nei confronti dell’uomo senza se e senza ma!
La carrellata, dunque. Non vi è ombra di dubbio che la palma della vittoria di tappa, per così dire, spetti senza alcun dubbio al movimento 5Stelle. Dopo l’apparente e mai reale uscita di scena del guru e mente il guru ereditario è alle prese con la costruzione della democrazia da web e con i guai dell’hackeraggio della piattaforma Rousseau, il totem del movimento, la sua pietra angolare, ecco il fulmine a ciel sereno: l’autocandidatura di Di Maio quale leader pentastellato e aspirante premier. Se non fosse una cosa seria, saremmo di fronte alla più grande e spettacolare boutade di questi ultimi tempi. Perché il leader grillino, per sua autoreferenzialità e per input non sempre coerenti del movimento, è sempre apparso come uno dei possibili leader del futuro, quello al quale affidare il cammino dei cinquestelle di governo.
Solo che dell’auto proclamatosi aspirante leader - di solito si viene indicati, si è chiamati o riconosciuti in quanto tali – si conoscono molto di più le apodittiche affermazioni su quello che il governo a cinquestelle farà per il paese, le critiche feroci quanto l’apparenza di chi le formula, non hanno a sostegno qualcosa di fondamentale: neppure il simpatico aspirante ha mai sciolto il nodo: si avvicinano le elezioni, il paese attende di comprendere appieno cosa voglia dire affidarsi al “nuovo che avanza”, ma da questo nuovo non arriva nulla che sia comprensibile, o meglio non arriva nulla se non una negazione: non faremo quello che fanno gli altri, non saremo mai alleati con gli altri, non, non, non! E quando si cerca di delineare le priorità siamo nel campo delle ipotesi di lavoro o di scelte di tale impatto generale da dubitare fortemente che mai sarà possibile vedere l’attuazione di questa “rivoluzione”. In buona sostanza non c’è nulla di chiaro, di intellegibile, di programmatico! Ed è plausibile che non vengano neppure lumi dalla prossima “festa” di Rimini (luogo deputato alle vacanze e alla spensieratezza e al divertimento). Soltanto la traduzione di “governo” del vaffa di grillina memoria! Basterà questo per andare al governo da soli? C’è da dubitarne e da rabbrividire se non fosse che sotto la cenere apparente del paese, cova ancora una forte protesta e un risentimento palpabile che potrebbe far accadere l’imponderabile. Tanto da affidarsi a qualcuno dal quale nessuno acquisterebbe un’auto usata, come sovente si sente dire tra la gente, a dimostrazione della difficoltà di scegliere con convinzione chi debba guidare l’Italia.
La drammaticità della situazione, però, è e si accentua nel resto dello scenario della politica uscita dal sonno estivo. Partiamo dal secondo fronte che si ritiene candidato alla leadership, il centrodestra. Qui assistiamo da un lato alla commedia degli equivoci, dall’altro all’evidente volontà parricida dei “giovani” che avanzano. Il leader di un’area moderata sembra restare l’ex cavaliere - con o senza l’agibilità politica che inchieste ancora dormienti ma in agguato e il ritardo della corte europea rimandano sine die o secondo le logiche politiche del momento – ma è evidente che a questo schema si oppone il leader del Carroccio che, nel raduno di Pontida ha fatto due scelte: estromettere definitivamente (fino a prova elettorale) il padre del leghismo di lotta e di governo Bossi negandogli la parola (mentre l’inchiesta sui finanziamenti al partito sembra colpirlo direttamente) e dall’altra non accettare senza diplomazia il ruolo super partes di coordinatore dell’area moderata di Berlusconi. Nulla dunque è fissato, nulla è fermo, e chi guiderà l’area alle elezioni non è ancora apparso. Anche se l’appoggio della destra della Meloni potrebbe far propendere per una prevalenza leghista. Resta da capire quale sarà la scelta dei moderati al momento del voto: un interrogativo epocale, per così dire e che potrebbe modificare molto il quadro generale.
Impossibile comprendere il peso e il ruolo dell’area centrista dove da una parte si guarda all’area di centrosinistra, dall’altra al centrodestra. Nessuna chiarezza appare al momento e non si sa quando potrà manifestarsi un indirizzo chiaro. La valenza politica non è minima, anche se ridotta, e pochi punti percentuali potrebbero sempre fare la differenza in una lotta dagli esiti incerti e non prevedibili.
Da ultimo, ma solo per ragioni pratiche, lo sguardo alla sinistra e al Pd. Qui non siamo alla commedia degli equivoci, ma certamente alla perdita di senno e di logica da parte di gran parte della classe dirigente dentro e fuori il maggior partito che governa il paese da anni, senza peraltro il conforto elettorale. Ora alla prova del prossimo appuntamento con il voto, abbiamo visto prevalere la leadership autoreferenziale di molti esponenti soprattutto di area ex comunista e riapparire il vizio mortale della sinistra che va e sta al governo: il divisionismo. Proprio quel male che i vecchi dirigenti con la falce e il martello indicavano come il male assoluto e che reprimevano a suon di scomuniche. Stavolta però il divisionismo è marcato da loro stessi, posto in atto con cosciente e lucida cupio dissolvi rivolta a quelle sorti magnifiche e progressive che la storia ha condannato e che potrebbe essere la tomba (almeno temporanea) delle aspirazioni di governo di tutta l’area. Nel Pd, intanto, come sulla tolda del Titanic in vista dell’iceberg, non si vede con chiarezza il nocchiero, anzi sembra crescere il malumore e l’insofferenza per il segretario leader che dovrà usare sette o più camicie per essere chi rappresenterà il Pd alle elezioni. E anche se prevarrà nei numeri, rischia di non prevalere nella sostanza!
Insomma, un gran rebus, un intrico degno di opere shakespeariane o di noir polizieschi e intrecci internazionali. In mezzo come sempre il paese con il suo sforzo di recuperare il terreno perduto irrimediabilmente per anni e anni dedicati alla politica pura o spettacolo e non a quella di governo.
Per ora assistiamo alla commedia, a volte alla farsa, ma soprattutto al chiacchiericcio da giornali scandalistici dove, come dicevamo, l’importante è il celeberrimo “bene o male, purché se ne parli”! O parafrasando le citazioni del poeta di Stratford upon Avon: democrazia o fiction, questo è il problema!

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