Palazzo Montecitorio, foto di Gabriella Impallomeni, Creative Common Attribution-Sahre Alike

Al lupo, al lupo! La maniacale abitudine

Legge elettorale e democrazia
di Roberto Mostarda

Lo spettacolo che continuiamo a vedere nel dibattito politico e parlamentare intorno alla legge elettorale - in questi giorni sarà all’esame del Senato il testo approvato dalla Camera a maggioranza – è da un lato sconfortante, dall’altro assolutamente illuminante sullo stato del confronto in atto nel paese.
Quel che emerge con forza ed evidenza è lo scollamento tra politica e paese reale, ma soprattutto ancor più, lo straniamento tra le forze politiche che sembrano appartenere e forse lo sono a mondi e contesti differenti e non facilmente conciliabili. Solo che il supremo interesse del paese dovrebbe guidare le scelte così come consigliare e orientare le critiche, i dubbi in modo costruttivo: l’esito finale sarà il modo nel quale i cittadini andranno ad esprimersi nel voto prossimo venturo.
A cosa assistiamo, invece! O al chiacchiericcio sotto traccia o allo scontro al fulmicotone delle dichiarazioni, soprattutto contrarie. Quel che allarma di più è il livello al quale molti esponenti e molti orientamenti politici sono arrivati.
Gli italiani sono purtroppo sempre più lontani dalla politica ma ciò non significa che non capiscano cosa accade. Vellicare i peggiori istinti o alzare barricate ideologiche li convince sempre meno. Ma di questo ai politici non interessa nulla. Qualche stagione fa si parlava della rottamazione della vecchia politica, della necessità di un rinnovamento di essa. Solo che sono almeno quarant’anni che si dibatte di come cambiarla, con il risultato che è rimasta sempre la stessa, qualsiasi movimento o sigla si affacci all’orizzonte.
La peggiore sensazione è che si voglia giocare sulla pelle della gente e del destino del paese, una battaglia fatta di colpi bassi e di mancanza strutturale di senso delle istituzioni.
Quando ad ogni passo di ogni provvedimento all’esame del Parlamento qualcuno - non certo i migliori e neppure i più intelligenti in senso politico - si alza a recitare il lamento sul “rischio per la democrazia”, sui pericoli che altri sarebbero per il vivere comune, si avverte che tutto quello al quale si assiste è una farsa, una gigantesca commedia degli equivoci dove eccellono guitti, comparse e capibastone.
Se il confronto anche duro, se la battaglia delle idee che sono il sale della democrazia si riducono a “denunciare” falsi rischi e falsi pericoli, vuol dire qualcosa di più: gli argomenti latitano, i principi non si vogliono applicare. Le riforme non si vogliono fare! O meglio si vuole fare qualcosa che non cambi la sostanza ma solo la parvenza.
In assenza di padri nobili ormai tutti nel pantheon del passato, di menti che hanno il senso complessivo delle cose, emergono soltanto coloro che vogliono dividere, tenere diviso e spezzare ogni valore comune perché questo è l’humus che garantisce loro la sopravvivenza! L’importante è atteggiarsi a difensori della Costituzione, richiamarla in ogni dove senza intelligenza e con pochezza d’animo, piegarla alla quotidianità fatta di trappole e trucchi d’avanspettacolo e ovviamente declamare il ritornello abusato e frusto dei pericoli che si corrono a modificarla. Solo che la Costituzione ha in se stessa strumenti e possibilità di evoluzione. I padri costituzionali se avevano ben presente i rischi ai quali porre argine senza compromessi, avevano anche con chiarezza storica dinanzi lo scenario che il mondo futuro poteva proporre: la necessità, anzi l’opportunità, di far vivere il testo fondamentale, non confinarlo nelle teche dei musei.
Il quadro che si presenta ogni giorno è invece deprimente: qualcuno, sempre gli stessi ma con qualche strumentale inserimento transeunte, si erge - senza essere stato nominato o chiamato da alcuno a tale alto compito – a difesa della Carta e della sua immutabilità. Senza intelligenza politica e senza intelligenza tout court. Se la prima parte della Costituzione è immodificabile per “tenere” coeso il sistema, le altre parti sono per così dire nella storia e vivono nella quotidianità, traggono alimento dalla pratica e questa talvolta può indicare la necessità o l’opportunità di un cambiamento, di un adeguamento.
Qualcuno molto tempo fa sottolineò una contraddizione intrinseca al concetto di rivoluzione – si pensi a chi parlò di rivoluzione permanente – mentre per essa si combatte, cioè si tenta di rivoluzionare qualcosa, essa è viva e produce elementi sia positivi che negativi, ma in cammino. Quando si tenta di definire conclusa la rivoluzione essa si istituzionalizza o più spesso degenera. Si pensi alla rivoluzione sovietica e al suo risultato: lo stalinismo! Per essere più semplici: una rivoluzione di idee, un rinnovamento, un cambiamento, sono processi che non possono essere bloccati, sono un fluire costante nel quale trovano la loro forza. La positiva attuazione di questi processi richiede ovviamente che principi, valori condivisi vengano iscritti in uno scenario comune che sempre nel tempo e nella storia si evolve. La fermezza dei principi sta proprio nella loro capacità di essere modellati, adeguati, resi più forti e adatti ai tempi, senza mai tradirne lo spirito.
Utilizzare l’allarme sociale, le minacce alla convivenza ad ogni sussurro o ad ogni tentativo di cambiare qualcosa nella direzione di un vantaggio comune, non è soltanto miopia, è un comportamento dissennato. E, paradossalmente, il peggior rischio per la stabilità e la democrazia e per il suo cammino è proprio in chi si arroga il diritto di definire, indicare, criminalizzare chi vuole cambiare.
Al lupo, al lupo, come si sa, permette di tenere alta la guardia in una direzione, spesso dimenticando le altre e come si diceva il vero problema è il nemico che arriva alle spalle, inaspettato e non gradito! Dunque meno lamenti, alti lai, più concretezza e consapevolezza. E se non si è in grado di capirlo allora meglio cambiare mestiere. Per il bene di tutti!

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