Palazzo Montecitorio, di Gabriella Impallomeni

Tatticismi e dati reali nel confronto-scontro tra le forze politiche

Le molte Italie della legge elettorale
di Roberto Mostarda

Il tempo passa e siamo ancora di fronte al tentativo di capire quale sarà lo scenario nel quale i cittadini italiani si troveranno, presumibilmente la prossima primavera, ad esprimere la propria volontà in merito al governo del paese negli anni a venire. Il confronto, se di confronto si può parlare, in Parlamento galleggia per ora al Senato, tra i tentativi della maggioranza di andare avanti comunque e quelli delle opposizioni di impedire che questo avvenga. Schifo, disgusto, ignominia, attacco alla democrazia, sono le gradevoli espressioni che accompagnano ogni giorno la quotidianità dei cittadini che intendono informarsi in tv, alla radio, sui giornali, sul web.
Verrebbe da dire che, data la situazione, sarebbe meglio prendersi del tempo, una vacanza, se non fosse che ormai da troppo tempo è quello che in sostanza ha fatto la politica. Il vuoto pneumatico che ha accompagnato la penultima legislatura e il vacuum ciarliero che contraddistingue l’attuale, nata proprio per dirimere la vexata quaestio del sistema elettorale da adottare per garantire al paese stabilità di governo, rispetto delle leggi, dei diritti e dei doveri, non danno grandi speranze. Quel che non si ravvisa in alcuno dei contendenti, in alcuni più di altri, è il senso delle istituzioni. Di cosa voglia dire cioè rafforzare, a volte ricostruire, un tessuto nazionale fatto di obiettivi condivisi al di là di differenze ideologiche e di interessi non sempre convergenti, ognuno con la sua specificità, ma che nel quadro costituzionale devono trovare soluzione e contemperamento.
Nulla di tutto questo! Lo sport preferito è accusare l’altro di voler colpire l’avversario, impedirne l’azione politica, confondere l’opinione pubblica, fare solo i propri interessi. Un ritornello vecchio e abusato che nasconde tuttavia una realtà devastata del panorama nazionale. Ed anche la distanza tra partiti e movimenti. Siamo cioè dinanzi ad uno scontro di sistema.
Da una parte quelli che si riempiono la bocca delle parole d’ordine di sempre contro i poteri forti, contro gli interessi costituiti, in nome di quello che vuole la gente, salvo poi a non riuscire a spiegarlo nel momento in cui si esercitano funzioni pubbliche o di governo locale. Coloro che si ritengono il nuovo, il diverso, sostanzialmente il migliore.
Dall’altra, il “regime”, cioè quello che discende dalla vecchia politica entrata in crisi negli anni novanta, trasmigrata nel decennio successivo ed ora identificata con quelle autorità che non voglio cedere il “potere” al nuovo che avanza. Di qui la paralisi. I primi non vogliono accordarsi con i secondi e gridano all’inciucio. I secondi non intendono farsi condizionare dai primi e gridano all’irresponsabilità. Condizioni, queste, che certamente non consentono di far nascere una visione condivisa e stabile di quello che i cittadini dovranno poi provare a scegliere.
Ecco allora che, tatticamente, si creano improvvise ed improvvide ammucchiate destinate a far passare voti di fiducia e in contemporanea strane alleanze antisistema tra soggetti inconciliabili per storia, cultura e pratica politica. Solo che il sistema, quello che comunque va ristabilito, costringe entrambi a stare nel calderone, ma nessuno ha la caratura per farsi ascoltare e ristabilire l’ordine. Il Parlamento allora sembra più un’assemblea di studenti del ’68, che un alto consesso nel quel si adottano le decisioni che riguardano il popolo. E accade che tutti guardino, da una parte e dall’altra, al governo come se fosse il soggetto cui demandare le scelte e al Capo dello Stato.
Uno strabismo istituzionale ormai conclamato e parossistico. Il presidente della Repubblica non può che esercitare una moral suasion sui comportamenti e spingere ad un confronto serrato ed onesto nelle intenzioni; il governo deve invece fare il suo lavoro e non è neppure costituzionalmente da coinvolgere in questioni che attengono il potere legislativo nella sua più precisa accezione, cioè le Camere. I rissosi contendenti, però, fingono di non capire e organizzano, chi in un modo chi nell’altro, una continua melina che rimanda, rinvia, allontana, diluisce. Risultato, dopo anni di dibattiti, decenni di bicamerali, battaglie epocali a colpi di Referendum, ancora attendiamo di sapere quale tipo di democrazia rappresentativa dovremo essere, quale sistema di voto ci dovrà permettere di esprimere il nostro volere scegliendo da chi riteniamo essere governati, possibilmente con idee chiare e con rappresentatività reale nel paese.
Un male sottile, che accomuna ex premier in cerca di rivincita (pensiamo alla polemica sul governatore della Banca d’Italia) o alle continue ridiscese in campo e aspiranti premier, che dimenticano di parlare di idee e disegni per il domani e si interessano di beghe di “condominio”, per così dire, e fanno piccole battaglie personalistiche su questo o quell’avversario. Tanto che per parlare di politica deve intervenire il guru che, tra passi di lato e cambi di direzione, sembra divenuto un pallottoliere impazzito!
Sullo sfondo a far da comprimari quelli che, come prefiche, si lamentano di tutto e vivono di certezze dogmatiche che la storia ha puntualmente smentito e quelli che si ingegnano a galleggiare comunque con qualsiasi vento e con qualsiasi sistema si adotterà.
Inevitabile che in Europa e nel mondo nascano interrogativi e ci si chieda dove va il Paese, e che persino la Spagna alle prese con la ribellione catalana venga considerata più affidabile in termini economici e finanziari. Anche perché ogni scossone fa perdere tempo e rende meno incisive le misure che il governo per legge deve adottare e che riguardano tutti, come la legge di stabilità, il documento di economia e finanza e ogni altra decisione operativa che il mondo che corre intorno a noi ci chiede per rimanere nel novero della maggiori nazioni e continuare il cammino verso la ripresa e lo sviluppo! E’ a questa Italia che guardano dall’estero, trovandosi invece spesso di fronte una miriade di Italie incomprensibili e rissose.

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