Sala del Consiglio dei Ministri (Palazzo Chigi, Roma), fonte Presidenza del Consiglio del Ministri, elaborazione italiani.net, licenza CC-BY 3.0

Governi nazionali sempre meno influenti

Crisi politica: non solo in Italia
di Massimo Predieri

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I due leader che si sono candidati a guidare il paese, Luigi Di Maio (Cinquestelle) e Matteo Salvini (Lega) non sono riusciti finora a trovare un accordo di governo.

Lunedì scorso hanno chiesto altro tempo al Presidente della Repubblica Mattarella per accordarsi sul nome del primo ministro e sul programma di governo. Martedì sono trapelate indiscrezioni circa una bozza di “contratto di governo” che conterrebbe il programma e regolerebbe i rapporti tra i due partiti M5S e Lega, compresa l’istituzione di un “comitato di conciliazione”. Tra l’altro, il contratto prevedrebbe “la possibilità di uscire dall'euro, lo stop delle sanzioni alla Russia, la richiesta di cancellare 250 miliardi di debito dalla Bce”.

Intanto, da oltre quattro mesi, Paolo Gentiloni (PD) presiede un governo italiano di fatto dimissionario e con poteri limitati.

Il quotidiano chiacchiericcio mediatico, immerso nella contemplazione ombelicale della scena politica italiana, non ha rilevato come la nostra crisi politica sia un fenomeno che si estende ben oltre i confini nazionali. Si tratta di una crisi che coinvolge l’intero Occidente, l’Europa e gli Stati Uniti, la fine dello stato nazione, come l’ha lucidamente definita lo scrittore angloindiano Rana Dasgupta.

I governi nazionali perdono rilevanza e il dibattito politico si sposta su nuovi temi: sicurezza, immigrazione e disuguaglianze, argomenti non scelti dai politici, ma effetti di una crisi politica che colpisce l’intero occidente.

 Certo, gli attori dello sceneggiato politico, i nostri Salvini, Di Maio, Renzi, eccetera, e la loro interpretazione sono indiscutibilmente italiani, ma la trama è scritta altrove, nei centri della finanza deregolamentata e delocalizzata.

 La causa della crisi è il progressivo trasferimento delle competenze e dei poteri dello stato nazione altrove, nelle mani dei capitali e delle imprese internazionali. Le promesse elettorali, da qualsiasi parte esse vengano, non potranno in alcun modo essere mantenute, perché gli stati non dispongono più dell’autorità e dei mezzi per realizzarle. Questo fenomeno avviene in tutta l’Europa e persino negli Stati Uniti, dove prima Obama e ora Trump, possono fare poco per cambiare una rotta che non dipende più da loro.

 La seconda metà del Novecento era stata caratterizzata dal conflitto politico e sociale tra il conformismo conservatore e l’idealismo più o meno rivoluzionario della sinistra. Tale conflitto si è esaurito ed è sostituito con il dibattito tra chi chiede una presa di coscienza e scelte di consapevolezza e responsabilità sui grandi temi della modernità, l’ambiente, le guerre e le disuguaglianze, e chi invece è alla ricerca di un rifugio dai doveri di una scelta responsabile, come scrisse Zygmunt Bauman più di quindici anni fa. Questi ultimi stanno avendo politicamente la meglio.

 Nell’occidente la crisi politica avanza su due livelli: quello sociale, con la spinta verso un riparo dalle responsabilità, e quello istituzionale, con la perdita di potere e rilevanza degli stati e dei loro organi di governo, ponendo una seria ipoteca sul significato della discussione politica in atto.

 Sarebbe interessante poter discutere su potenziali vie d’uscita da tale crisi. Ma i commentatori, e i politici stessi, a parte qualche brillante eccezione, non sembrano essersi accorti del segnale di allarme lampeggiante: l’ago del serbatoio del potere degli stati è entrato nel campo rosso della riserva.

Molti, domandandosi dove stavamo andando, hanno menzionato la fine della storia (Francis Fukuyama), la fine del comunismo (dopo il crollo del muro di Berlino), la fine delle ideologie (Daniel Bell). Ora Rana Dasgupta ci annuncia la fine dello stato nazione. La potenziale salvezza potrebbe tuttavia venire dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, istituzioni giunte oggi paradossalmente al minimo storico di consenso.

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