Clessidra (foto di Nile - Pixabay)

Gli alti proclami dei vincitori e le difficoltà della trattativa.

Lega e M5S, tra il dire e .... il fare!
di Roberto Mostarda

Occorre più tempo!. Questo sembra essere il mantra che in questi giorni convulsi contraddistingue l’azione dei leader di Movimento Cinquestelle e Lega nelle trattative per un nuovo governo di coalizione. Dopo l’avallo esterno di Berlusconi – ora meno certo di qualche giorno fa – ad un’astensione costruttiva per un governo leghisti-grillini e aderendo al richiamo alla responsabilità venuto dal presidente Mattarella, Salvini e Di Maio hanno imboccato il sentiero della ricerca di un accordo, un contratto, di governo.

Un impegno facile a parole, nell’intento di dare un governo politico al paese a oltre due mesi dalle elezioni, ma molto più complesso nei fatti, dovendosi arrivare ad una composizione tra posizioni in molti casi divergenti e abbandonando la sicumera elettorale, fare i conti con la realtà sia nazionale e che internazionale, che non sono in attesa fervente dei risultati del nuovo in Italia, ma certamente preoccupati per quel che potrebbe accadere se alcune parole d’ordine dovessero provare a diventare realtà, ponendo il nostro paese in una condizione quanto meno eccentrica rispetto all’Europa e nei confronti di altri players internazionali.

In sostanza, dopo il “dire” occorre arrivare al “fare” e indicare con chiarezza – dati anche i paletti costituzionali posti dal Quirinale – quali saranno le mosse più importanti di un futuro esecutivo basato sull’alleanza tra i due  movimenti populisti. Perché appare evidente che molte posizioni elettoralmente vincenti devono fare i conti con la realtà dei bilanci, con i principi di eguaglianza e di equilibrio. Pensare di riformare le pensioni con costi immediatamente crescenti e contemporaneamente  rispettare il reddito di cittadinanza promesso che aumenta il carico finanziario di altre decine di miliardi di euro mentre si vuole imboccare decisamente il sentiero della flat tax,  non appaiono al di là dei proclami demagogici, elementi in grado di tranquillizzare non tanto i nostri alleati europei, quanto e molto più prosaicamente i nostri conti interni, alle prese con una ripresa lenta e inferiore alle altre del continente e con l’inevitabile – quanto conciliabile dovrebbe essere spiegato – rimodulazione fiscale che impedisca lo sballo completo delle finanze pubbliche. Il richiamo del capo dello Stato al vincolo costituzionale del bilancio tra entrate ed uscite appare in questo quadro estremamente opportuno e non retorico.

Dopo le parole, gli scenari di rinnovamento e superamento delle storture del paese, ora i due leader devono dare risposte chiare e lineari. Altrimenti nessun governo potrà nascere e tentare di dare un nuovo volto al paese.

La richiesta di tempo, accolta dal presidente della Repubblica, appare confortante in questa direzione. Tuttavia quel che immediatamente smorza facili entusiasmi è il buio pesto, la totale nebbia che avvolge le trattative. Secondo i proclami, il nuovo della politica doveva manifestarsi con indicazioni chiare, leggibili, con un rapporto costante con il paese. Sia con chi ha votato i due partiti sia con chi non li ha votati. Quando invece leggiamo che l’intesa una volta raggiunta sarà sottoposta ai gazebo del popolo leghista e alla piattaforma Rousseau di Casaleggio, abbiamo la netta sensazione di allontanarci da tutto questo, con un ritorno al pre-politico e al movimentismo.

Di Maio e Grillo non esercitano infatti un legittimo diritto di consultazione democratica, ma sembrano più interessati all’appoggio della loro base. Dimenticando una semplice verità: il ruolo che hanno assunto candidandosi alla guida del paese non permette loro di farsi sostenere da qualche migliaio di attivisti, gabellando questo come sostegno del paese. Il loro dovere è quello di rappresentare i milioni di persone che li hanno votati e a loro rendere conto del loro operato, come anche a chi li ha contrastati, perché questa è la democrazia sostanziale. Non con consultazioni o referendum, ma con le scelte politiche e di governo che devono assumere. La rappresentatività politica è soprattutto questo: portare avanti le proprie idee, provare a costruire uno scenario in cui possono trovare attuazione.

Che il tentativo di costruire un governo di coalizione appaia molto difficile è evidente senza voler essere analisti politici affinati. Che per la Lega non sia praticabile – a meno di futuri successi elettorali – una rottura definitiva con il centrodestra sinora coalizzato, appare evidente nei fatti oltreché nella strategia politica. Solo l’astensione amichevole di Forza Italia e Fratelli d’Italia, dà infatti a Salvini la possibilità di trattare da pari a pari con i cinquestelle. Chiusa questa chiave di lettura, per la Lega si tratterebbe di fare da gregario ad un esecutivo grillino. Prospettiva politicamente suicida.

Non a caso è proprio questo dall’inizio l’obiettivo di Di Maio: spezzare la coalizione e trattare da posizioni di forza con il leader leghista. Ed il nodo della situazione è proprio in questa contraddizione e non è possibile scioglierlo con facilità, ammesso che sia possibile!

E’ augurabile che in questa nebbia, in questi conciliaboli infiniti da prima repubblica, entrambi si rendano conto di dover rispondere a quello al quale spesso fanno riferimento: l’interesse del paese. Per il quale gli angoli vanno smussati e  le curve riallineate. A qualcosa si deve rinunciare e qualche accordo anche al ribasso si deve accettare. Se la politica è l’arte del possibile, è anche evidente che il governo del paese deve essere per così dire l’arte del praticabile!

 

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