Fermo immagine di filmato raffigurante il Ponte Morandi a seguito del crollo del 14 agosto 2018, Wikimedia Commons

La tragedia di Genova simbolo di un intreccio perverso

Infrastrutture ed interesse nazionale
di Roberto Mostarda

Appare sin troppo scontato occuparsi di quanto accaduto sul ponte Morandi nel capoluogo ligure alla vigilia dello scorso Ferragosto, con il suo carico di dolore e di morte. Tuttavia è allo stesso tempo necessario ed opportuno non cercare di sfuggire all'obbligo etico di guardare ai dati e ai fatti con grande rigore ed attenzione.

Il tributo di vite umane e le circostanze nelle quali tutto è avvenuto impongono riflessioni attente e non consentono vie di uscita comode. In gioco per tutti noi cittadini italiani vi è un interesse superiore ad ogni altro: la ricerca della verità e il suo accertamento severo e definitivo, insieme alla ragionevole certezza di poter usufruire di infrastrutture necessarie, rispondenti ai criteri di sicurezza, e non rischiare la vita per andare al lavoro o in vacanza. Per noi e per chi nel nostro paese si reca per turismo o lavoro.

Possiamo e dobbiamo guardare senza paraocchi alla realtà, rifuggendo da partigianerie e prese di posizione apodittiche e che vengono smentite nel giro di poche ore. Come cittadini e come operatori dell'informazione dobbiamo esimerci dal prendere parte alla contesa in atto e guardare invece al sistema in cui tutto si è verificato e ha condotto ad una tragedia inaccettabile ed ingiustificabile sotto qualsiasi profilo lo si voglia guardare.

Per far questo occorrono alcune semplici considerazioni e non l'accodarsi supino all'onda, all'aria che tira, al giacobinismo interessato ad allontanare l'attenzione dal vero tema che in sottofondo appare e in paragone al quale il tributo di sangue appare ancor più mostruoso.

La prima riflessione non può prescindere da un'amara constatazione: il blocco ultra trentennale delle opere pubbliche deciso negli anni settanta sull'onda crescente dell'allora partito comunista in nome della lotta alla corruzione e al malgoverno. Atto giustificabile in senso politico ma disastroso in senso istituzionale e pratico che ha comportato nel tempo il distacco dello stato dalle infrastrutture strategiche, la nascita di un pressappochismo istituzionale con prevalenza di interessi particolari e, allo stesso tempo, il prevalere di una spinta alle privatizzazioni che avrebbe dovuto razionalizzare e rende più efficiente il sistema.

Il corollario poco accettabile di tutto questo, oltre alle opere incompiute in giro per la penisola, è stato da parte dello stato la perdita di contatto con un elemento essenziale: la concezione di sistema che un settore come questo non può non avere in uno stato moderno. Concezione che porta con sé anche un alto elemento essenziale, ossia l'esistenza e la crescita di un sistema di competenze tecniche e scientifiche scevre da interessi particolari e per definizione tendenti al rispetto del più alto interesse collettivo: quello nazionale.

Non occorre essere esperti o avere capacità divinatorie per avvertire che tutto questo non solo non si è verificato, ma al contrario ha prodotto una parcellizzazione non solo di interessi, ma di capacità versate più alla committenza che al valore nazionale. Se questo voleva essere l'obiettivo non dichiarato ma sostanziale di quella scelta, è stato un vero disastro epocale.

Un disastro che ha portato a un vero dissesto complessivo al quale ha fatto da ulteriore corollario il crescere di opposizioni ideologiche e preconcette a qualsiasi opera pubblica o di interesse pubblico. Il triste battibecco sulla gronda del capoluogo ligure, la pessima figura di chi ora al governo è costretto a trovare alternative alla circolazione della città ma anche dell'intero quadrante nord ovest del paese, mostra in tutta la sua evidenza l'equivoco di fondo: strade e autostrade sono necessarie in un paese come il nostro ma devono tenere conto di una serie di elementi orografici e strutturali della morfologia del territorio che non consigliano scelte ancorché audaci per ingegneria mal conciliabili con evidenti criticità locali. Guardando le case lungo il fiume Polcevera famoso per le su piene disastrose, le case sotto i piloni e le altre strutture industriali presenti nasce spontanea la domanda: come è stato possibile riunire in così poco spazio, tanti elementi confliggenti e critici?

A questo punto, con oltre quaranta vittime incolpevoli, dinanzi agli occhi di parenti senza più lacrime, appare stucchevole cercare a tutti i costi dove catalizzare la giusta ira e la giusta richiesta di giustizia. La politica in quest’ambito deve fare un passo indietro, finirla con affermazioni apodittiche e con promesse non realizzabili in tempi brevi. Genova in pochi attimi è tornata indietro di cinquanta anni e chiede risposte strategiche ed efficienti per il suo ruolo nevralgico per l'intero paese. Ed è proprio lo stesso paese che deve unito cercare risposte strutturali al sistema nazionale da ricreare. Blaterare di nazionalizzazioni come trenta anni fa di privatizzazioni non giova a nessuno. Allora lo si decise per favorire la modernizzazione del paese, risultato raggiunto in modo molto parziale come gli eventi dimostrano. Oggi pensare in modo peristaltico, ora ad una soluzione ora ad un'altra, non aiuta e non serve.

Occorre decidere rapidamente dove dirigere gli sforzi nazionali, non solo in questo settore, e agire per il bene del paese e non per il proprio ego di leader politici.

Alla magistratura il compito di stabilire le responsabilità e comminare le sanzioni necessarie e doverose, ma senza acrimonie o atteggiamenti giacobini o sanfedisti! Chi ha sbagliato deve pagare, ma per il paese questo non è e non dovrà mai essere un alibi o un viatico per non affrontare i suoi nodi storici e incancreniti.

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